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I cinquanta anni di Antonio Conte non hanno portato regali. Così il neo allenatore dell'Inter si ritrova in mezzo ad un guado che ha già attraversato: vincere alla prima stagione – è successo con la Juve e al Chelsea – con giocatori dell'anno precedente, buoni per il quarto o il quinto posto, con una tifoseria adorante, una critica esigente, una dirigenza implorante. Tutti parlano di scudetto, come se bastasse il potere demiurgico dell'uomo in panchina, ma senza un paio di attaccanti tirerebbe un'aria grama per chicchessia. Sarebbe dovuto arrivare Lukaku, ma Lukaku forse va da un'altra parte (Juve, anche se io non ci credo). In subordine si era parlato di Cavani che, forse, di Lukaku è addirittura meglio, ma l'uruguaiano non si muove da Parigi. Resta Dzeko, non esattamente un asso, solo un buon attaccante per il quale comunque non è ancora stata accontentata la Roma che vuole 20 milioni.

Allo stato, come scriverebbe un questurino, gli attaccanti delI'nter sono Lautaro Martinez, appena tornato dalla Coppa America, il giovane Esposito (bravissimo nella tournée asiatica) e Perisic, adattato in ruolo offensivo che non può essere il suo. Naturalmente ci sarebbe anche Mauro Icardi, ma come si sono peritati di dire, forse troppo frettolosamente, sia Giuseppe Marotta che Antonio Conte, l'argentino è fuori dal progetto tecnico. In teoria è sul mercato, ma a dispetto (l'essere stato messo fuori rosa dopo averlo privato della fascia di capitano) Icardi risponde con dispetto (si è negato a Napoli e Roma, perché vuole solo la Juve) e tutto sembra possibile tranne un reintegro pieno in nerazzurro (come vorrebbe lui),

Nonostante ciò l'Inter di Conte funziona già meglio di quella di Spalletti. Segna poco perché ancora le mancano gli attaccanti, ma subisce pochissimo per non dire nulla. E in questi giorni milanesi, in cui si è tornati agli allenamenti senza fastidiosi impegni extracontinentali, Conte lavorerà ancora di più. Primo per integrare i nuovi arrivati (soprattutto Godin e Barella, visto che Sensi c'era dall'inizio), secondo per cambiare spartito ad una squadra ibrida, ovvero con un'identità da trovare.

Mi è più volte capitato di sottolineare come Conte stia applicando il gegenpressing, ovvero quel tipo di aggressione in avanti, successiva alla perdita del controllo di palla. In pratica l'Inter pressa più alto e pressa di più. Il tutto, però, non è finalizzato solo alle ripartenze, ma al dominio del gioco. Le prime uscite sono state più che confortanti. I nerazzurri hanno pareggiato nei 90 minuti sia con la Juventus che con il Paris Saint Germain e perso, di misura, con il Manchester United. Tuttavia sono state le prestazioni a farmi dire che l'Inter, pur a corto di punte, è una squadra già matura e che il tempo può solo migliorare.

Chiaro che con Lukaku e Dzeko molto cambierebbe: intanto sul piano dei chili e dei centimetri. In attacco e in difesa pochi vi rinunciano, mentre – come abbiamo visto in un pezzo di qualche giorno fa – qualcosa sta cambiando a centrocampo. Con due punte che guidano il pressing alto, l'Inter metterebbe in difficoltà chiunque. Perché se è vero che tutti hanno imparato ad uscire palla al piede dall'aggressione avversaria, nessuno avrebbe due attaccanti muscolari in grado di disturbare l'azione con tanto volume e forza.

Ora abbiamo cominciato a capire che Conte dovrà fare di necessità virtù e che, probabilmente, dei due al massimo ne arriverà uno. Paradossalmente, però, l'effetto su Conte sarà quello di moltiplicargli le energie intellettuali. Da una parte, infatti, disinnescherebbe le aspettative “alte” di tifoseria e società. Dall'altra metterebbe tutto se stesso - e ancor di più di quanto già faccia – per raggiungere un traguardo al di fuori di ogni realistica possibilità.

Alla Juve ha vinto con Matri, Vucinic e Llorente, al Chlesea ha fatto sembrare un giocatore David Luiz e segnare Diego Costa, un ruvido gangster. Questo per dire che Conte non si spaventa di nulla. Più l'impresa è difficile e più lui si carica di responsabilità.