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Antonio Conte, manager del Tottenham, si racconta a Sportweek, settimanale in edicola oggi con la Gazzetta dello Sport: “Le sfide non mi hanno mai spaventato, mi basta avere anche solo un 1% di possibilità di vincerle per iniziare la mia battaglia. Non ho mai preso squadre che avevano vinto l’anno prima, i miei sono sempre percorsi di ricostruzione. La Juventus veniva da un ottavo posto, il Chelsea da un decimo, l’Inter da un quarto. So che ci vorrà un po' di pazienza stavolta. A Milano ho lasciato un lavoro finito. Qui devo ricominciare daccapo ed entrare a stagione in corso non è mai semplice”.

LEVY - “Il presidente ha dimostrato di volermi a tutti i costi. Nelle sue parole e negli investimenti fatti ho percepito una visione: la voglia di eccellere. Mi sono detto: se uniamo questa capacità fuori dal campo a quello che posso dare io in campo, si può davvero impostare un lavoro serio e profondo. Crescere e competere con gli altri grandi club inglesi. Oggi c’è un gap tra gli investimenti fatti dalla proprietà e i risultati sportivi: dobbiamo colmarlo. Il Tottenham ha strutture da top club mondiale, la squadra deve essere all'altezza. Per salire in alto servono stabilità e continuità di prestazioni e di risultati. Le montagne russe vanno bene al luna park, non in campo. La squadra è giovane e ha ampi margini di miglioramento, ma la concorrenza è spietata con i quattro colossi Chelsea, Liverpool, Manchester City e United. Senza dimenticare Arsenal, Everton e West Ham... Il percorso è accidentato, ma non mi spaventa. Anzi, mi entusiasma e vorrei godermelo meglio rispetto al passato. Le grandi squadre si costruiscono nel tempo, qui Guardiola e Klopp non hanno vinto al primo anno". 

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LA PREMIER LEAGUE - "E' il meglio che c'è sotto tutti i punti di vista. Ha un fascino irresistibile, ti spinge a dare il massimo e ti migliora. C'è molto meno tatticismo, si corre al doppio della velocità. Sapevo che prima o poi sarei tornato, magari non pensavo così presto... Meglio così per il mio inglese che è ancora fresco, non ho avuto bisogno di lezioni full immersion come 5 anni fa, quando venni al Chelsea. Qui il calcio trova la sua massima espressione dentro e fuori dal campo: spettacolo, passione, organizzazione, investimenti, strutture. Non ho mai visto un centro d'allenamenti così, ti guardi intorno e non finisce mai. Molti non capiscono quanti punti può dare lavorare in una struttura del genere perché le partite si giocano la domenica, ma si vincono in settimana. E lo stadio di proprietà, costato più di un miliardo, è qualcosa di ancora più incredibile con i tifosi che ti mettono le ali". 

KANE - "Harry è un giocatore di valore assoluto. Non solo di grande classe, ma anche di grande intelligenza calcistica. Basta dirgli una cosa una sola volta, lui la immagazzina e la mette subito in pratica. Tecnicamente è fortissimo, riesce a muoversi in mezzo metro con la palla tra i piedi e l'uomo addosso, sapendo già dov'è il portiere e dove deve calciare, vede la porta come pochi. E' già un campione, ma vorrei riuscire a migliorarlo aggiungendo anche un 1, 2 o 3% al suo bagaglio. Lui vuole vincere con questa maglia e io voglio aiutarlo a coronare questo suo sogno". 

PARATICI E IL MERCATO - "Con Fabio il rapporto è solido, c'è grande stima reciproca. Abbiamo già lavorato insieme e mi conosce, parliamo la stessa lingua e non mi riferisco solo all'italiano. Si dice che ora farò spendere tanto sul mercato? Mi viene da ridere, io ho sempre fatto guadagnare e non spendere. Spesso ho lavorato con giovani da formare, atleti svalutati o da ricostruire, calciatori che fino a quel momento non avevano mai vinto. Tutti giocatori che si sono rivalutati grazie al mio lavoro, in carriera ho chiesto solo un giocatore che è stato pagato tanto: Lukaku. Lo chiesi in base agli obiettivi che mi erano stati presentati. I dirigenti nerazzurri vennero a casa mia a dirmi che volevano abbattere l'egeminia della Juve e portare l'Inter sul tetto del mondo, sfruttando grandi disponibilità economiche. Chiesi Lukaku ritenendolo fondamentale, ma poi è stato rivenduto quasi al doppio come Hakimi. Potrei citare anche le valorizzazioni di Barella, Bastoni e Lautaro, che prima del mio arrivo non giocava. Alla Juve ho avuto il piacere di lavorare con Barzagli, Bonucci e Chiellini, ma quando li avevo io ancora non avevano vinto nulla. Guadagno per quello che valgo, produco, costruisco e vinco. Il valore di un professionista lo stabiliscono la sua storia, i suoi risultati e il mercato che ha".