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La strada verso casa nel calcio è un film che non passa mai di moda. Si torna a casa per questioni di sentimento, perché si vuole ritrovare se stessi, perché è lì che si è stati felici e allora si va a caccia di quella felicità perduta. Certe volte si torna a casa anche per mancanza di alternative, ma questo è un altro discorso. In questa lunga estate di calciomercato ci sono tre storie di ritorni a casa che meritano di essere raccontate.

La prima storia è quella di Milan Badelj, il trentenne croato che dopo un solo anno alla Lazio ha fatto retromarcia ed è tornato a Firenze, città dove ha vissuto - finora - le stagioni più gratificanti della sua carriera. Oltre le frasi di rito - «Non ho mai smesso di amarvi», ha detto ai tifosi - c’è la consapevolezza di aver toppato in una squadra di livello superiore. «Se ho sbagliato alla Lazio è stata solo colpa mia», ha ammesso Badelj con una onestà insolita nell’ambiente. L’anno scorso se n’era andato perché voleva fare il salto di qualità, va da sé che questo ritorno - al netto del sentimento - è un ridimensionamento. Badelj alla Fiorentina può essere quel leader che alla Lazio non è mai stato. Montella conta molto sulla sua personalità e sulle sue geometrie in campo, l’ha voluto anche per questo. Questa storia ci dice anche che ogni giocatore ha la sua coperta di Linus, per Badelj quella coperta è la Fiorentina.

La seconda storia è quella di Gigi Buffon. Il suo ritorno alla Juventus ha diviso. C’è chi ha voluto leggervi il ritorno a casa del figliol prodigo, di un totem che sarà utile a Sarri per gli equilibri dello spogliatoio, di un campione che ha fatto la Storia della Juventus e ora insegue il Sacro Graal, ovvero la Champions League. E c’è invece chi pensa che l’inversione a «U» sia soltanto dettata dall’incapacità di dire basta, dopo il mezzo fallimento al Psg, di tirare giù la saracinesca senza grattare altro tempo a quel Tempo lunghissimo e straordinario che ha vissuto da protagonista. Resta il fatto che questa Juve-bis per Buffon è una lunga rincorsa che lo vedrà - fin dall’anno prossimo - in veste di dirigente bianconero, privilegio che non è stato concesso ad altri campioni (scegliete voi nella lunga lista, da Del Piero a Pirlo). La certezza è che partirà da riserva e la domanda è: ne aveva bisogno? Cioè: un campionissimo come lui, uno dei primi 10 giocatori italiani nella storia del calcio, uno dei primi tre-quattro portieri di tutti i tempi; aveva davvero l’urgenza di allungare di un’altra stagione la carriera in un ruolo - riserva appunto - che non è il suo? Il dibattito è aperto. 

La terza storia è quella di Radja Nainggolan. Fuori organico, in esilio dall’Inter, di nuovo a Cagliari, dove si era messo in luce e si era meritato il trasferimento alla Roma, prima di approdare a Milano. E’ successo tutto molto in fretta, le motivazioni del «Ninja» sono certamente tecniche ma anche - probabilmente - personali. La moglie ha rivelato di lottare contro la malattia, tornare a Cagliari - città di origine della signora Claudia - significa cercare la serenità di un ambiente familiare che ponga le giuste premesse per una battaglia da vincere. Intanto Nainggolan ha già fatto sapere che intende prendersi la rivincita sull’Inter, vuole dimostrare di essere un giocatore di fascia alta, di spessore europeo. E’ stato accolto dai tifosi del Cagliari come un eroe che torna a casa dopo tanto tempo. Questa storia ci dice che per fare due passi avanti, talvolta è utile farne uno indietro. Serve per prendere la rincorsa, per avere più slancio, per superare i limiti che prima erano da ostacolo.