72
Non vincerà scudetti e coppe, ma una cosa è certa: il Napoli non si fa mancare proprio niente. Oggi il primo ammutinamento di massa d’ogni tempo contro il “padrone”,  anche se paga sempre e nel  giorno stabilito, ieri il primo tentativo di “licenziamento” d’un allenatore con tanto di documento scritto da parte della squadra.

Oggi il “nemico” è De Laurentiis, ieri si chiamava Ottavio Bianchi.  1988-2019, trentun anni dopo il Napoli c’è cascato un’altra volta. Due storie differenti, però. Oggi la sommossa è figlia di malumori interni, d’uno spogliatoio nervoso, di contratti in scadenza che non saranno rinnovati e d’altri da allungare e non allungati ancora. E, poi, si capisce, di contrasti cresciuti anche per colpa di un allenatore che alla fine d’una carriera eccezionale s’è scoperto  all’improvviso uno scapigliato del pallone, un bohémien del quattro-quattro-due. O, più semplicemente, un sognatore rapito da  quel modello di calcio che sino ad oggi in Europa solo Guardiola, trasformando centrocampisti in difensori e difensori in attaccanti, è riuscito a disegnare dopo almeno tre anni di fatica e sperimentazioni col suo City. 

Le “ragioni” dell’insubordinazione di trentun anni fa,  invece, venivano da fuori.  Quel documento letto prima da Garella nell’intimità dell’antico spogliatoio e poi urbi et orbi da De Napoli, nasceva dall’esigenza, sacrosanta, di respingere accuse ingiuste ed infamanti, ma, ahiloro, anche dal puerile tentativo di scaricare sull’allenatore tutte le colpe d’uno scudetto praticamente già vinto e poi, invece, regalato al Milan di Sacchi a tre giornate dalla fine.

"Premesso che siamo professionisti seri e che nessuno questo può negarlo…”, così cominciava quella difesa scritta su un foglio di quaderno pieno zeppo di cancellazioni e correzioni. E anciora: “La squadra è sempre stata unita e l' unico problema è il rapporto mai esistito con l'allenatore, soprattutto nei momenti in cui la squadra ne aveva bisogno”.  E i “momenti” complicati” erano quelli delle accuse, degli improperi, delle minacce, della paura, persino, di andare al bar a prendere un caffè. Hanno venduto lo scudetto alla camorra che gestisce le scommesse clandestine. L’avesse vinto il Napoli, infatti, sarebbe saltato il banco della malavita organizzata, per questo dopo un campionato dominato si sono fatti battere dalla Samp, dalla Fiorentina e soprattutto dal Milan a Fuorigrotta”.

Questa l’accusa, l‘infamia, la bugia che metteva anche fisicamente  in pericolo la squadra.  Nel giro di una o due settimane, infatti, gli eroi azzurri del pallone si ritrovarono davvero a non poter uscire più di casa. Perché, si sa la bugia impiega niente a diventare verità. Non era vero niente, ma quella squadra restò sola, anzi: isolata nelle sue paure, nella sua impotenza rispetto a quell’onda sportivo-giustizialista che la stava travolgendo.  Di qui l’errore di provare a scaricare sull’allenatore e solo su di lui tutte le responsabilità di quello scudetto smarrito appena dopo la cavalcata da campioni dell’anno precedente. Quello del primo, storico scudetto. 

“Premesso che siamo professionisti seri”… Certo, ma a chi raccontarlo? E così la rabbia, lo smarrimento divennero documento: poche righe buttate giù nello spogliatoio, mentre Maradona, che pure era la corrente di quello che stava accadendo, si dondolava in barca dalle parti di Capri in quel giorno di un maggio già da spiaggia. Già,ma perché il Napoli a un niente dalla fine s’era lasciato battere e superare dal Milan con Ancelotti a centrocampo? Ebbene, dopo trent’anni la ricostruzione può finalmente essere fedele e può restituire l’onore a quella squadra che sbagliò, certo, a firmare quell’atto d’accusa  contro Bianchi, ma che tutt’era tranne che imbrogliona o peggio ancora.  

Accadde, infatti, che come capitato l’anno prima e l’anno prima ancora, il Napoli arrivò a fine stagione con le gambe molli e le idee confuse. Insomma, col fiato corto per colpa d’una condizione atletica carente. Ma non solo. Perché quel Napoli portava in campo anche un gladiatore, un combattente, anzi: un “guerriero” di nome Salvatore Bagni con un cuore così, ma con un ginocchio malato, traditore. Non avrebbe dovuto giocare Bagni in quel finale, ma quando l’allenatore gli disse che aveva deciso di metterlo fuori, beh, fuori ci andò lui di testa e con l’appoggio della squadra impose - se si vuole - quella sua presenza. C'è dell’altro. C’è che la panchina, le riserve insomma, non garantivano ricambi di spessore. E infine c’era il Milan arrivato a quel finale a cento all’ora. Un Milan che se il Napoli non gli avesse incredibilmente e ignominiosamente consegnato lo scudetto non avrebbe mai vinto quelle coppe dei Campioni, non avrebbe mai scritto quelle sue belle pagine di storia e, ovviamente, il Sarrismo non sarebbe mai esistito.

Ma questa, si capisce, è un’altra storia. Come finì, invece, quella della ribellione prima condivisa da tutti e poi alla fine colpa grave solo di quattro calciatori individuati come capi della rivolta? Semplice: la storia finì con la cacciata di quei quattro: Garella, Bagni, Ferrario e Bruno Giordano. Loro pagarono per tutti. Pure questa un’ingiustizia. Ottavio Bianchi? A lui, il contratto fu rinnovato ancora per due anni con il  Napoli a fine stagione vinse la coppa Uefa. E così tutti vissero felici e contenti. Tutti tranne quattro.

Così ieri. Oggi, invece, sarebbero cinque i capi dell’ammutinamento (Insigne, Mertens, Callejon, Allan e Koulibaly). Volete provare a pensare come finirà?