Nella buona e nella cattiva sorte, i tifosi se ne stiano buoni e al loro posto.
È questo il messaggio che viene da due recenti esternazioni che, rese da personaggi del calcio italiano in contesti diversi, convergono verso il medesimo concetto: chi critica e solleva dubbi sulla propria squadra si mette automaticamente dalla parte del torto. Nella migliore delle ipotesi è un incompetente che parla di cose fuori dalla sua portata. Nella peggiore, è un traditore della patria calcistica. Comunque sia, è un soggetto che sta facendo qualcosa d'innaturale e perciò si macchia di colpa imperdonabile.

Delle due esternazioni cui facciamo riferimento, la prima e più rumorosa è stata quella di Aleksandar Kolarov, che lo scorso 26 novembre ha richiamato all'ordine i sostenitori della Roma e non soltanto quelli. In conferenza stampa, seduto accanto al tecnico Eusebio Di Francesco, ha detto che il tifoso dovrebbe astenersi dal criticare su questioni di gestione tecnica perché “ci capisce poco”. Ciò che in parte è anche vero, poiché la gran parte del popolo tifoso non ha e non può avere una conoscenza tecnica approfondita del calcio. Ma esiste anche una frazione di sostenitori e appassionati che, invece, è capace di tener botta più che degnamente su quel versante. E poiché (nonostante i mortiferi adanismi) il calcio non è una scienza complessa, non c'è proprio alcun senso nell'assumere un atteggiamento à la Roberto Burioni. Perché è corretto dire che la scienza non è democratica, dato che in pochi possono maneggiarne con competenza le singole branche e intervenire nel dibattito con la dovuta perizia. Ma è altrettanto vero che il calcio sia molto più democratico della scienza, e che pretendere di zittire i tifosi usando l'argomento della competenza è solo un atto d'arroganza. Aggiungiamo che, visti i risultati collezionati dalla Roma dopo quell'esternazione, Kolarov avrebbe fatto meglio a star zitto due volte. La seconda esternazione è quella di Pippo Inzaghi, pubblicata tre giorni fa sul profilo Instagram. Ritenendo di dover caricare squadra e ambiente, Inzaghi si è augurato che da Bologna se ne vada “fuori dalle palle chi gufa”. Perché evidentemente, per il tecnico rossoblu, chi critica è un gufo. Cioè uno che augura sventura alla propria squadra. Quando invece il Bologna se la porta da sé, la sventura. E senza alcun bisogno di ausilio. Se il campionato si concludesse oggi, la squadra rossoblu retrocederebbe. E quel che è più, andrebbe in B con pieno merito per quanto ha fatto vedere fin qui. Aggiungiamo a ciò il fatto che quella bolognese sia una tifoseria molto esigente in termini di qualità del gioco, e ecco che il quadro si completa.

In condizioni del genere, essere pessimisti è una colpa o sano realismo? E essere critici significa essere anti-patriottici, o piuttosto è il più civile strumento d'autodifesa e dissenso? Rispondano a queste domande, i Kolarov e gli Inzaghi. E poi ci dicano pure se per caso non sognino stadi popolati da clienti. O da figuranti disciplinati, che salutino sconfitte e retrocessioni con cori gospel.