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Arriva dall’Australia, per bocca del ministro all’immigrazione Hawke, una notizia di esemplare giustizia. Il campione Novak Djokovic è stato privato del regolare visto e perciò va espulso dal Paese. Non solo, se il provvedimento verrà ratificato, il fuoriclasse planetario del tennis non potrà mettere piede nel Continente oceanico per tre anni. Se poi l’interessato cercasse di eludere la sentenza potrebbe finire addirittura in carcere.

La partita, teoricamente, non è ancora chiusa perché l’esercito di avvocati schierato in campo dal tennista serbo sta tentando di aggrapparsi al minio cavillo giuridico per rendere nullo il provvedimento del Governo australiano. Sabato lo stesso Djokovic comparirà davanti ai funzionari dell’immigrazione e proprio in quell’occasione se non riuscirà a convincerli che lui si trova dalla parte della ragione potrebbe subire l’arresto ed essere trasferito non più in un Covid Hotel ma in prigione.
Un’ipotesi, quest’ultima, che ci sentiamo di escludere perché un evento del genere scatenerebbe un conflitto diplomatico di proporzioni enormi e tutto sommato anche esagerato rispetto alla portata della vicenda. Al contrario, immaginiamo il provvedimento dell’esclusione di Djokovic dagli Open che si apriranno lunedì con il suo successivo e immediato allontanamento dall’Australia sia ormai cosa fatta in onore ad una giustizia giusta.

Il campione ha davvero giocato, sul piano morale, la sua più brutta partita della carriera. Avrebbe potuto e dovuto tranquillamente annunciare che, in base ai suoi specifici convincimenti sanitari rinunciava al Torneo. Cosa che hanno fatto alcuni suoi colleghi no vax. Non solo, dimostrando di possedere il classico super ego degli impuniti che presumono di essere intoccabili (in questo ricorda un poco Ronaldo che, in piena pandemia e lock down tra Paesi, se ne andava per i cieli del mondo a bordo del suo jet privato) ha mentito, falsificato documenti e denunciato un inesistente condizione di sequestro alla faccia di coloro che sono davvero segregati. Il tutto con un’arroganza e una prepotenza imperdonabili persino dai suo stessi colleghi i quali si augurano di non vederlo sui campi australiani.