La narrazione del calcio con le sue espressioni, le sue emozioni e il suo lessico è un'esperienza che in Italia è diversa rispetto a quei Paesi dove il football è diventato sport ugualmente importante e di rilievo. Il nostro Paese ha da subito adottato un lessico e un linguaggio proprio e assolutamente “personale”, tanto da farlo percepire come un “unicum” nel panorama internazionale, come è stato rilevato un po' di tempo fa in un articolo apparso sul Guardian. L'Italia ha utilizzato e utilizza terminologie, modi di dire e linguaggio diverso rispetto a quello adottato da altri Paesi, che hanno, al contrario, ricalcato e a volte semplicemente tradotto letteralmente, la lingua inglese. La storia lessicale del nostro calcio è variegata, complessa e spesso contraddittoria meritando studi ben più approfonditi.

DALL'HARPASTUM AL FOOTBALL - Dalle nostre parti il percorso che ha portato ad una canonizzazione del lessico calcistico ha seguito itinerari diversi. Perchè se è vero che nel resto dei Paesi latini il vocabolo anglosassone “football” ha subito lievissime differenze di scrittura e pronuncia, in Italia è stato sostituito dal termine “calcio”, quindi completamente diverso da quello inglese. Perchè? Antonio Papa e Guido Panico nella loro fondamentale “Storia sociale del calcio in Italia” danno una spiegazione ricavando il motivo con i precedenti sportivi presenti in Italia già in epoca romana. L'Harpastum dei romani, infatti, era un esercizio intriso di violenza che veniva spesso utilizzato come strumento finalizzato a temprare i legionari, al termine di interminabili giornate di duro addestramento militare. Due squadre dovevano lottare brutalmente per impossessarsi della palla al fine di portarla nel campo avversario per segnare il punto. Chiare dunque le similitudini, almeno  grossolane con il football. Ovvio dunque che sul finire del XIX secolo in Italia chi doveva raccontare ovvero spiegare cosa stavano facendo 22 persone intente a rincorrere un pallone andasse a rifarsi alle esperienze storiche più vicine, appunto i giochi con la palla di tradizione italiana. Harpastum e i suoi derivati, potremmo un po' semplicisticamente riassumere. Senza qui voler fare un excursus troppo approfondito di quanta parte nella storia italiana ebbero i giochi della palla tra il XV e il XVIII secolo, basti ricordare che uno dei più famosi di essi era il calcio detto “fiorentino” che si giocava in Toscana già dagli inizi del '400. Ovviamente i giochi con la palla di tradizione italiana  nulla avevano a che vedere con il football, però erano le manifestazioni più prossime al nuovo gioco e parve dunque naturale ai commentatori e agli “addetti ai lavori” dell'epoca usarli come termine di paragone e come bacino dal quale pescare un lessico che potesse adattarsi alla terminologia inglese. Il nome stesso – calcio – ha chiari e diretti rimandi a quel gioco con la palla che tanta fortuna aveva avuto in Toscana ma non solo. Alcuni giornali, soprattutto agli inizi del'900, tentarono anche di accreditare una primogenitura italiana del nuovo gioco, cosa peraltro che in epoca diversa verrà reiterata – come vedremo – pure dal Fascismo. Valga come esempio il Corriere della Sera che nel marzo del 1903 scriveva:

«Questo giuoco va facendosi sempre più diffuso a Milano, così da diventar persino popolare, malgrado si voglia mantenergli un nome barbaramente esotico, ad onta della sua origine prettamente e schiettamente italiana».

LE PRIME TRADUZIONI IN ITALIANO - Seppur tutto ciò detto abbia molto del vero, è altrettanto vero che giocatori e simpatizzanti del football sin da subito si adeguarono bene nell'utilizzare la terminologia inglese. I primi tentativi di “italianizzazione” si hanno nell'ambiente attiguo alla Federazione Ginnastica, che già dal 1895 vedeva di buon occhio l'adozione del nuovo gioco da parte delle società ad essa affiliate. Mondo ginnasiale che per sua intrinseca natura era molto più autarchico e conservatore rispetto alla gioventù borghese e nobile che vivacizzava il football della Federazione calcistica nostrana. Senza qua voler fare una storia del calcio dei ginnasti, per la quale si rimanda in special modo ai lavori degli storici dello sport Marco Impiglia e Sergio Giuntini, per ciò che qua più interessa occorre rilevare come proprio dal mondo della ginnastica arrivarono le prime pubblicazioni di regolamenti del calcio in italiano: già a far data dal 1895/96 a Udine a cura del senatore Pecile e a Rovigo a cura del maestro Gabrielli vennero pubblicati i primi regolamenti e manuali del calcio in italiano: quello del Gabrielli era un lavoro che si basava su manuali austriaci e tedeschi, lingua a lui ben nota ed era caratterizzato dalla assoluta mancanza di termini inglesi. Adottando lo schieramento classico dell'epoca, il 2-3-5, la linea dei 2 difensori, la terza quindi, viene dal Gabrielli definita la linea dei “terzini”, da qui il neologismo che ancora oggi utilizziamo. Ma non solo: alcune regole le fa derivare dal calcio fiorentino come la segnatura di un punto – il nostro goal – che il Gabrielli chiama “partita”, che si poteva ottenere, oltre al modo che noi tutti conosciamo, anche cumulando due falli a favore!

L'italianizzazione del lessico calcistico prosegue per tutto il periodo pionieristico, tanto che manuali e regolamenti federali vengono scritti senza l'utilizzo di parole inglesi e la stessa Federazione nel 1909 modifica il proprio nome, passando dall'originario anglofono “Federazione Italiana Football” al poi immutato “Federazione Italiana Giuoco Calcio”.

DALLA ITALIANIZZAZIONE ALLA BABELE LINGUISTICA - Detto quindi di come agli inizi della storia del calcio in Italia si sia cercato di italianizzare il lessico sostituendo l'inglese con quello nostrano, c'è da rilevare che questa tendenza muta con il primo grande “boom” del calcio italiano, quando cioè esso esce dai recinti pionieristici e dilaga assurgendo a fenomeno nazionale. Pare contraddittorio ma così in realtà non è: negli anni'20 più il calcio in Italia attirava interessi e pubblico, sempre più calciatori e allenatori stranieri arrivavano a giocarvi, rinforzando l'uso della terminologia inglese e quindi diffusa dai giornalisti ai propri lettori. I tempi in Italia mutano ancora con l'ascesa del regime e con la sua campagna nazionale di italianizzazione che passa necessariamente dalla lingua: non ne può dunque restare immune il lessico sportivo, ancor meno quello calcistico, che è ormai diventato lo sport più popolare e che diventerà uno degli strumenti che il regime utilizzerà per rinforzare il proprio consenso. Il Fascismo, più o meno autoritariamente, impone l'uso della lingua italiana anche nel calcio. Noti i cambi di denominazione di alcune società calcistiche negli anni'30: il Genoa divenuto Genova, il Milan tradotto in Milano, e l'Internazionale  – qua non tanto per ragioni linguistiche, ma prettamente politiche – diventata Ambrosiana-Inter. Un passaggio del 1939 a firma di Bruno Roghi ( spiega bene l'italianizzazione della lingua calcistica degli anni'30:

“(...) La nostra lingua straricca, dotando la sua inesauribile fecondità moderna con l'apporto di locuzioni e di motti derivati dai classici (il “serpentina” del Boccaccio, per esempio), ha dato veste italiana al più italiano dei giochi.”

Eppure, neanche questa capillare operazione di “bonifica lessicale” riuscirà ad estirpare tutti i termini inglesi, che persistono nella lingua orale degli sportivi – e all'interno degli stadi – e che verrà ripresa con la caduta del regime e l'avvento della Repubblica. Dal dopoguerra in Italia si utilizzeranno indifferentemente espressioni inglesi e italiane per indicare un medesimo momento: gol e rete, calcio d'angolo e corner, calcio di rigore e penalty e tantissimi altri esempi diventeranno sinonimi da usare nella narrazione della partita. Non mancheranno però casi particolari di creazione di neologismi italiani a cura di giornalisti dall'alto spessore culturale che nel frattempo emergono influenzando l'opinione pubblica sportiva ed anche la politica sportiva tout court. Esempio paradigmatico è Gianni Brera, giornalista colto ed esperto in varie discipline sportive, arguto studioso del calcio e sempre pronto alla polemica, ha introdotto diversi neologismi che ancor oggi utilizziamo. Proprio a Gianni Brera in conseguenza all'introduzione di una fondamentale variante tattica dell'epoca si deve un caso “inverso” di lessico italiano poi utilizzato anche al di fuori dei confini: il sostantivo “libero” che lui conia sul finire degli anni'40 e che con gli anni'70 vedrà l'utilizzo anche in alcuni esempi di letteratura internazionale. Lo racconta egli stesso nel suo 63 partite da salvare:
“(...) Gipo Viani (…) ovviava alle insufficienze difensive del WM inducendo il proprio centravanti ad arretrate sul centravanti avversario, così liberando il centromediano di qualsiasi incombenza di marcature dirette. Ho scritto liberando non a caso. Il secondo terzino d'area, da me invocato, doveva esser «libero da incombenze di marcature», e libero, tout court, prese a chiamarsi, prima sul mio giornale, e poi in tutto il mondo.”

PRESENTE E FUTURO, DA SPORT A SPETTACOLO - Dalla seconda metà del XX secolo in poi quel che si è profondamente modificato nella narrazione calcistica non riguarda tanto il lessico specifico del gioco del calcio, accettato e canonizzato ormai l'indifferente utilizzo di espressioni inglesi e/o italiane, quanto piuttosto la trasformazione del gioco in materia mediatica, in altri termini la mutazione del football da “sport” a “spettacolo” capace di sublimare allo stesso tempo se stesso e i media che lo raccontano. La televisione analogica prima e quella digitale poi e ancor più internet e il web hanno infatti prodotto un nuovo scarto relativo al – diciamo così – tempo della narrazione e all'utilizzo di gerghi, turpiloqui e una ricerca quasi parossistica alla battuta che nulla hanno a che vedere con il linguaggio tecnico del calcio. Sintetizzando quasi all'eccesso, si potrebbe dire che cambia, ed è tema da analizzare con interesse, il peso della narrativa dell'evento calcistico e non quello relativo all'evento stesso.

 (Alessandro Bassi è anche su http://storiedifootballperduto.blogspot.it/)