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Proviamo, ancora a caldo, a fare qualche considerazione su “Quer pasticciaccio brutto della Superlega”. Cosa sia, come stia andando, tutti ormai lo saprete: un fiasco. Ma interessanti sono le reazioni, i commenti e soprattutto la chiamata in causa dei valori. Ora, siccome i posti della ragione sono tutti occupati, non mi resta che sedermi dalla parte del torto. Lasciamo da parte gli urli di dolore, le accuse d’infamia, gli epiteti più o meno offensivi (anche personali) indirizzati al più ingenuo e presenzialista di tutti, quel parafulmine o San Sebastiano di Andrea Agnelli, e concentriamoci su di lei. Lei, anche in questo caso, la più amata, la più invocata: l’etica. Come una macchina del tempo, la Superlega - nel fiume di moralismo trionfante - ha fatto tornare indietro il calcio di anni. Quanti? 30, 40? Ma no, molti di più. A 100 anni fa, nel ’20, quando - ce lo racconta in un bell’articolo, proprio su Calciomercato, Alessandro Bassi - queste zuffe tra club grandi e piccini erano riproposte pari pari? No, siamo molto più addietro. A un archetipo indelebile, quello della lotta tra bene e male, tra draghi ed eroi, tra Davide e Golia. Ovvero alla sfida tra calcio puro, giocato per passione, che finisce con una stretta di mano e questo dei 12 mostri dello star system abbagliante, miliardario, prepotente.

E siccome ogni appassionato, almeno ventenne, reca dentro di sé il proprio fanciullino calcistico, quello dei primi calci, le prime figurine, i primi eroi, insomma della purezza dell’infanzia non contaminata da rabbia e risentimento è lì, in questo fantasma di comodo, che sono andati a pescare gli antagonisti della Superlega e non solo. “Vogliono uccidere il nostro calcio, quello del merito, della bellezza, della giustizia” dicono. Una domanda: è possibile scomodare l’etica, come fanno Uefa, Fifa, commentatori, Federazioni e governi d’ogni specie?
Potremo cominciare a rispondere, traslitterando un ben più salace detto, che è facile essere etici con la coscienza degli altri. Per esempio, prendiamo la Fifa. A ripetizione, senza smentite (ultimamente ne riparla il Guardian) si scrive che, per organizzare gli eticissimi Mondiali di calcio in Qatar, in 10 anni sono morti migliaia di lavoratori. Migranti kenioti, filippini, indiani, pachistani, srilankesi e di altre nazionalità con un metro paragonabile a quanto avveniva per i costruttori di piramidi, sono stati sacrificati al supremo valore della pedata dietro una sfera che rotola. Come mai in questo caso “pecunia non olet”? Gli interessi etici e quelli del Rinascimento arabo evidentemente non hanno richiesto una levata di scudi da parte dei governi o delle federazioni calcistiche europee. Anche la pubblica opinione occidentale, così scandalizzata per le odierne furfanterie di dodici padroni, che ha fatto? Qualche articolo di cronaca, ma editoriali in massa, aperture di telegiornali, lettere aperte ai megadirigenti della Fifa o dell’Uefa? No. E che dire del fair play finanziario sì, fair play finanziario no, gestito così eticamente dall’Uefa?

Già, perché in questo caso rifiutare i soldi voleva dire far sbandare ancor più un sistema già ingolfato e cigolante oppure l’etica consigliava di non disturbare troppo gli opulenti manovratori d’Arabia. Invece ora, i vecchi buoni mercanti del tempio se la prendono con i nuovi. Ma quel tempio è stato fondato sui soldi del calcio romantico? O su moltiplicazioni dei diritti e giochi finanziari a go go, su una sperequazione grandi-piccoli incolmabile (nei rispettivi campionati una piccola vince in media, su per giù, ogni 15 anni), su un finto calmiere degli eccessi finanziari bellamente baipassato da gerarchi e oligarchi, peraltro tanto riveriti? “Ma come! - trasecolano i vecchi mercanti del Tempio - questo è sport, questo è etico!” E così lo show business, le banche, i fondi che comprano le squadre o le Federazioni come stava succedendo in Italia, gli americani che vengono da noi non per costruire centri commerciali ma per passione calcistica, la frammentazione e moltiplicazione dei diritti (garantite - guai a dirlo - dalle solite tre, quattro grandi squadre) d’incanto appaiono attività solari, meritocratiche, etiche. Sì, questo calcio eroicamente difeso da un attacco vile e proditorio è eticamente sostenibile. Ci volevano quei demoni di Andrea e Florentino per farcelo capire. Almeno per questo li dovremmo ringraziare.