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Quando il ruolo del portiere prevedeva spericolatezza, istinto felino, acrobazie a uso dei fotografi e un po’ di sana follia, Ricky Albertosi volava da un palo all’altro della porta e contendeva al collega/rivale Dino Zoff la palma di miglior interprete d’Italia.

Oggi (2 novembre) che festeggia gli ottant’anni, siamo qui a celebrare un artista del ruolo, che ha fatto innamorare almeno un paio di generazioni di appassionati, mendicanti di quella bellezza che il calcio sa seminare. La sua carriera è stata lunghissima, vent’anni di voli con il braccio allungato e la chioma al vento, dal 1959 - quando debuttò con la maglia della Fiorentina sostituendo il grande Giuliano Sarti - al 1979, quando a quarant’anni vinse lo scudetto della Stella con il Milan e si consegnò alla leggenda un attimo prima di finire nella bufera giudiziaria e mediatica del Calcioscommesse.

Le 532 presenze in Serie A raccontano un lungo percorso, cominciato a Pontremoli, nella Lunigiana, dove Enrico è nato nel 1939, e finito all’Elpidiense, a 45 anni, tra C2 e Serie D, territori frequentati per ridare un senso alla sua vita dopo la squalifica del 1980. Nel suo palmares due scudetti, con il Cagliari (1969-70) di Gigi Riva e con il Milan guidato da Liedholm (1978-79), una Coppa delle Coppe con la Fiorentina (1960-61), tre coppe Italia (due a Firenze, una in rossonero), il titolo di Campione d’Europa con l’Italia (l’unico nella bacheca degli azzurri), e quello da vicecampione del mondo al Mondiale di Messico 1970, quando la nazionale si arrese al Brasile di Pelè già sazia di aver giocato (e vinto) una partita epocale, ItaliaGermaniaquattroatre, da leggere tutto d’un fiato.

Nell’immaginario popolare Albertosi è il portiere anarchico, estroso e ribelle, con la maglia gialla o rossa (il primo ad indossare colori così sgargianti in un’epoca in cui i portieri vestivano di nero o grigio), con i capelli lunghi e i baffi, un «goalkeeper» all’inglese, con una concezione spettacolare del ruolo. A proposito: aveva scelto la maglia rossa perché l’aveva vista indossare da un portiere inglese e il suo amico Gigi Riva gli aveva detto che - quando gli veniva incontro nelle uscite - quel rosso così acceso lo deconcentrava , per cui gli uscivano tiri spesso sballati. 

Se Zoff era il guardiano della porta, Albertosi era il dj di quel luogo solitario. Se Zoff - anche nelle fotografie dell’epoca - appare quasi sempre incorniciato tra i pali, chiuso nella sua fissità classica; Albertosi è sempre in movimento, paradossalmente anche nelle fotografie. Zoff si tuffa solo se serve, Albertosi prima si tuffa, poi vi dimostra che è servito. Ha attraversato - Ricky - il calcio selvaggio e sentimentale degli anni ’60 e ’70, l’ha fatto col passo del bandolero stanco. Aveva un colpo d’occhio sensazionale, «sentiva» la traiettoria che avrebbe preso il tiro dell’avversario. La sua parata preferita era quella eseguita con un colpo di reni, e dovete immaginarlo, mentre vola all’indietro, fregando il Tempo che pensava di farsi beffe di lui, schiaffeggiando il pallone e cambiandogli direzione e destino. Aveva affinato le sue qualità da bambino, quando si tuffava tra le acque dei ruscelli di montagna e abbrancava trote, come poi sarebbe successo con il pallone. E a sedici anni - come ricorda il «Collettivo Soriano» nel libro che gli ha dedicato «Ricky Albertosi, romanzo popolare di un portiere», ed. Urbone Publishing) - stava già tra i pali, con il Pontremoli, in prima categoria, chiamato a sostituire il portiere titolare, Gregoratto, che come in un romanzo di avventura si era imbarcato su una nave come marinaio poche ore prima della partita.

Tra i tanti allenatori che ha avuto, due l’hanno capito più di altri: il «Filosofo» Manlio Scopigno, che ne assecondava i vizi (il fumo, le corse dei cavalli) negli anni di Cagliari, e il «Barone», Nils Liedholm, che in allenamento - ai tempi del Milan - lo bombardava con il suo sinsitro, per una mezzora buona dopo ogni allenamento. A confermare la sua longevità va ricordato che Ricky ha giocato in nazionale dal 1961 al 1974, partecipando a quattro edizioni mondiali, due da titolare (nel 1966, l’edizione inglese segnata dalla bruciante sconfitta con la Corea, e nel 1970 in Messico) e due da riserva (Cile 1962 e Germania 1974) e a sottolineare il suo spirito, basti qui ricordare che quando uscì dal carcere di Regina Coeli, dove era rimasto otto giorni per la vicenda del calcioscommesse (si è sempre dichiarato innocente), Ricky ai giornalisti spiegò che aveva mangiato i bucatini migliori della sua vita, cucinati da un compagno di cella. Infine, una curiosità: a fine carriera Albertosi andò in America, non per giocare, ma per dare spettacolo, ingaggiato dagli Harlem Globetrotters, la squadra di basket. Il portiere - come un nuovo Bufalo Bill - si esibiva negli intervalli delle partite di basket, sfidando gli spettatori a segnargli con tiri da una distanza di una decina di metri.

E oggi che ne fa 80 siamo andati a ripescare le parole che gli dedicò Nicolò Carosio su «Il Calcio Illustrato» all’indomani del suo debutto in A nel gennaio del 1959. Parole che valgono ancora oggi e anzi fotografano perfettamente tutta la carriera che avrebbe preso forma da quel giorno in poi. «L’ottimo Albertosi - scrive Carosio - ci ha fatto provare emozioni, vertigini e stupore, tanto arditi, tanto plastici e sicuri sono stati molti suoi interventi». In fondo è questo ciò che chiediamo al calcio, no? Emozioni, vertigine, stupore.