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Davide Ancelotti è pronto a vivere un'altra grande notte al fianco di papà Carlo, che lo ha voluto di nuovo al suo fianco per affrontare questa seconda avventura alla guida del Real Madrid. Coincisa con la conquista da dominatore della Liga e di una finale di Champions League contro il Liverpool - domani sera a Parigi - nella quale in pochi credevano. "Provo felicità, dopo un percorso incredibile, rimonte bellissime. Abbiamo eliminato squadre fortissime: Paris Saint-Germain, Chelsea, Manchester City. Dire che non siamo favoriti è un azzardo, nessuno si aspettava che saremmo arrivati fin qui. Abbiamo fiducia e rispetto per una squadra che in questo momento se non la migliore, è tra le due-tre migliori del mondo".

La partita che lo ha emozionato di più: "La semifinale di Champions, quando abbiamo battuto il Manchester City, il 4 maggio. Era il compleanno di mia madre, scomparsa un anno fa. Al termine della partita io e mio padre ci siamo abbracciati in lacrime: è stato il nostro modo per ricordarla. Lei fino all’ultimo ci diceva che saremmo tornati al Real Madrid: è mancata il 24 maggio; la chiamata per la Spagna è arrivata il 27. E' stato un anno speciale, condito dalla gioia di essere tornati al Real Madrid che è la squadra dei sogni, non c’è niente di meglio. Forse solo il Milan si può avvicinare".

Sull'accusa' al padre di essere fortunato: "Le nostre rimonte non sono mai state colpi di fortuna: ogni giocatore ha sempre dato tutto sé stesso. L'immagine di mio padre come gestore di campioni? E' stato un innovatore, il primo a giocare con il famoso albero di Natale. La sua caratteristica è sapersi adattare e questo presuppone grande conoscenza: il calcio si può vincere in tante maniere, ma devi saperlo insegnare in modi diversi".
Sul suo lavoro di vice, dai tempi del Bayern Monaco: "Ho il compito, con lo staff, di sfidarlo continuamente, metterlo in discussione, perché abbia sempre dei dubbi. Non siamo yes man. Poi in allenamento gli do una grande mano con l’organizzazione. Oggi si cerca di individualizzare il più possibile il lavoro: c’è l’aspetto fisico, psicologico, tattico, il gioco degli avversari. Una persona sola non può controllare tutto. Io raccomandato? Lavoro da 10 anni con mio padre e il tema del nepotismo salta fuori quando si perde. Sono consapevole che ci siano questi pregiudizi, e sì, penso sempre di dover dimostrare qualcosa. La squadra che me lo ha fatto pesare di più? L’unica italiana dove ho lavorato: il Napoli. Ma credo sia legato al fatto che in Italia la parentela fa più rumore".

Sull'esperienza di Napoli: "Sono stato benissimo, vivevamo nella Riviera di Chiaia. Il primo anno abbiamo fatto bene, siamo arrivati secondi, ma la Juve aveva comprato Cristiano Ronaldo. Il difficile è stato quando le cose hanno cominciato ad andar male e non siamo riusciti a raddrizzarle. Mi spiace sia finita così".