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"Non compreremo un attaccante tanto per farlo perché in giro non vedo gente da 20 gol".
Del Neri: nella mia Juve un abbraccio conta come uno schema o un tunnel.
Il tecnico bianconero: "Vendere Buffon? No, è il n.1 per tecnica e capacità".

Gigi Del Neri, allora ce l'ha fatta a mangiare il panettone.
«Non mi sembra un gran successo. Verrà anche la colomba».

C'era qualche dubbio con la Juve che aveva cambiato 4 allenatori in 4 anni, ne aveva esonerati due, e con la squadra rivoluzionata.
«Era un rischio ma era una occasione irrinunciabile. Ho pensato soltanto che dovevo fare bene».

Nonostante le chiacchiere su Del Neri che non era adatto a un grande club?
«All'inizio le difficoltà esistono: ci si conosce poco e ti devi far apprezzare. L'importante è non abbattersi quando intercetti occhiate diffidenti e senti circolare certe idee».

Il momento in cui ha pensato di non farcela?
«Mai. Anche dopo le prime 4 partite sapevo che si poteva uscirne. Credevo nel mio lavoro e sapevo di poter diventare credibile nell'ambiente portando energie e idee nuove».

Ha detto a Ferrara che la Juve ha più carattere dell'anno scorso.
«Ha motivazioni che erano più carenti e che sono state la chiave di una brutta stagione. Ad esempio questa è una squadra che non sbaglia i secondi tempi, allora era poco tenace e aggressiva».

Detto dopo il pareggio con il Chievo sembra un paradosso.
«Abbiamo retto un tempo con un uomo in meno e ho fatto giocare dall'inizio due diciottenni: non so chi altri l'abbia fatto prima di me. Fossimo rimasti in 11 come era giusto avremmo vinto. Semmai ci manca la malizia: in quella situazione invece di cercare il gioco e di innescarlo bisognerebbe congelarlo tenendo palla. Lo impareremo, spero già dalla ripresa del campionato».

Quanto è stato difficile resettare giocatori dall'anno scorso?
«Alla base di tutto devono esserci la certezza dei ruoli e la credibilità. Un giocatore deve avere la certezza che quello che sta facendo è ciò in cui credi e che hai il coraggio di non cambiare anche nelle difficoltà. Se fai la banderuola sei finito».

Dopo il ko con il Palermo vi hanno applaudito: un anno fa avrebbero tirato di tutto. Non è strano?
«Il ritorno a un presidente con un cognome che è la storia della Juve ha fatto molto agli occhi dei tifosi. Il resto l'abbiamo fatto noi: andare a scaldarsi sotto la curva è un modo per avvicinarsi a chi ti vuole bene».

Qualcuno può definirla paraculaggine.
«Sbaglierebbe. Abbattere le distanze è il primo tassello per stabilire un rapporto normale, civile. É la società di oggi che ne ha fatto un gesto quasi rivoluzionario».

In che senso?
«In un condominio quante famiglie si scambiano un saluto? Due? Tre? Si dialoga con Facebook e non con il vicino. Ai miei tempi ci si conosceva tutti e si viveva meglio».

L'idea di imporre a tutti di fare colazione a Vinovo e di pranzare lì rientra in questo filone?
«Una squadra deve creare una comunione per diventare compatta. La Juve è avviata a questo e si vede in campo: per me è più gratificante un abbraccio dopo un gol che non vedere uno schema eseguito bene o un tunnel».

Una frase su Buffon è bastata a scatenare un putiferio.
«Sui grandi campioni non si può dire niente di fuori dalle righe per non rischiare di essere fraintesi».

Lei fu piuttosto chiaro: Buffon avrà il posto se dimostra di meritarlo.
«Se si vuole creare polemica si pensa che Del Neri non ritenga Buffon il numero 1 per tecnica e capacità. Ma non sono così folle. Buffon ha insegnato agli allenatori degli ultimi 10 anni come bisogna allenare i portieri. Posso aver messo in dubbio il suo primato?»

E allora?
«Ho rispetto delle condizioni di salute di chi viene da un'operazione per delle ernie. Il dubbio che risolverò quando riprenderà ad allenarsi con noi è solo sul fatto che stia bene».

Altro dubbio è che tutto sia fatto per venderlo.
«Una cretinata. Innanzitutto ci va qualcuno che lo voglia vendere e qualcuno che lo voglia prendere. E Buffon è un patrimonio in cui crediamo».

La gente si aspetta un potenziamento a gennaio. Lei che dice?
«Che non prenderemo tanto per prendere: mantenere l'equilibrio nella gestione è più importante».

Con un uomo d'area potreste puntare allo scudetto, così sembra più difficile.
«Dipende da come si gioca: le altre ad esempio non hanno ali vere e noi almeno una l'abbiamo. Abbiamo dimostrato di arrivare al gol in molti modi, né vedo tanti attaccanti da 20 gol mentre Quagliarella può superare i 18 senza condizionare il gioco. Non voglio dipendere da una punta che, se manca, mi attacco al tram di Opicina, come dicono dalle mie parti».

Che significa?
«Era il tram che si ribaltava quando da Trieste tirava troppo vento».

Allegri, che dipende da Ibrahimovic, lo sa?
«Ibrahimovic è unico a quel livello. Alto, tecnico, veloce, cattivo. Chiunque gli appoggerebbe il gioco».

Ora dovrà sopportare Cassano. Si aspettava la mossa del Milan?
«Come giocatore non si discute però deve capire che nel Milan tutti gli altri gli stanno alla pari. Lui è istintivo ma credo che da questa storia avrà imparato molto sul mondo del calcio, dove un giorno sei e quello successivo non sei più. L'importate per Cassano è avere la consapevolezza che lì può anche non giocare».

Come fa Del Piero?
«Lavora e sta al suo posto: con lui dall'inizio abbiamo vinto a Udine e a Milano ma è anche un uomo che può sfruttare l'ultima mezz'ora».

Ranieri e Ferrara dissero che Del Piero era un problema solo quando se ne andarono. Li imiterà?
«Io intendo restare alla Juve a lungo perciò credo che Del Piero smetterà prima che io lasci. A meno che non voglia proseguire oltre i 42 anni».

Quanto è stata importante la vittoria della Roma sul Milan?
«Avevo pronosticato che gli scontri diretti avrebbero pesato molto. E è così. Si è visto che il Milan è forte ma è battibile e che il campionato sarà aperto fino in fondo anche se alla fine lo scudetto lo giocheranno le milanesi, la Roma e la Juve. Loro erano partite attrezzate per vincerlo e noi no. Sarebbe come costruire in due mesi una casa che si doveva fare in un anno: per farcela devi poter lavorare tutti i giorni senza intoppi».

All'Inter adesso gliene è capitato uno grosso: Benitez.
«È stato un bel caos ma adesso può diventare uno stimolo per i giocatori: certo è una situazione che può fare qualche danno».

Al posto di Benitez lei che avrebbe fatto?
«Non lo giudico. Poteva agire con più delicatezza senza esporre il suo proprio pensiero direttamente ma bisogna trovarsi in certe situazioni. Immagino che fosse stanco e stressato: provateci voi a vivere 4 mesi con quelle tensioni, vedendosi caricare tutte le colpe di cosa non andava e subendo il confronto continuo con il passato. C'è un momento in cui anche l'aplomb va a farsi benedire».