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Prove da emigrante per Alex: gli Usa nel destino.
Del Piero l'americano: "Qui mi sento a casa".
Aspettando di riprendere il flirt via telefono, oggi, con l'italiano d'America, Giuseppe Rossi, la Juve si lucida l'americano d'Italia, Alex Del Piero. Filadelfia, Toronto o New York, sui poster c'è sempre lui. L'altra sera nell'esordio in Canada, solo al suo nome, pure sistemato in panchina, s'è accesa l'arena. Ed è stato il suo cucchiaio da fuori area, nella ripresa, a far scoppiare il pandemonio dei tifosi radunati al "BMO Field".

Del resto, il capitano ha sempre amato questi territori: «In America mi sento come a casa, e mi ha fatto piacere vedere così tanti tifosi», ha sorriso uscendo dagli spogliatoi. Chissà, dal prossimo anno, sarà casa sua, ma in senso letterale: «Magari andrò negli Stati Uniti, è una possibilità, così vedrò anche i Los Angeles Lakers», aveva ammesso a primavera, rispondendo alle domande dei bambini in televisione. Da sempre un vecchio sogno, quello di chiudere la carriera negli Usa.

Innamorato del basket griffato Nba, ieri Del Piero ha messo piede anche nei territori del baseball, dentro il «Citizens Bank Park», domicilio dei Filadelfia Phillies. Avrebbe pure dovuto lanciare la prima palla, come si usa qui per le star, ma all'ultimo la legge degli sponsor l'ha sabotato: così sul monte di lancio s'è presentato mister Frank J. Jiruska, direttore marketing della società energetica "Peco". Più dei chili, da vorace mangiatore di hot dog, devono aver pesato i marchi dell'azienda sugli schermi dell'impianto.

All'arrivo Alex era comunque un po' emozionato, mica facile lanciare la pallina da baseball davanti a 45.241 persone. In fondo, tanti hanno fatto figuracce, dal presidente Barack Obama a Bill Clinton, nonostante gli allenamenti nel Rose Garden della Casa Bianca. Nel 2009, l'attore Mark Wahlberg colpì un tifoso, mentre s'inceppò pure un atleta come Trent Edwards, all'epoca quarterback dei Buffalo Bills. Il cerimoniale ha ripiegato sullo scambio di maglia con Ryan Howard, prima base e capitano dei Phillies, e due bicipiti cui dare sempre ragione. Idem hanno fatto Pirlo e Chiellini, arrivati allo stadio con Del Piero. Foto di gruppo, un abbraccio con il pupazzo "Phillie Phanatic", la mascotte di casa, poi a sedere in un palco, a guardarsi la partita con i San Diego Padres fino al quarto inning. Il tutto tra gli occhi curiosi della tribù del baseball, la maggior parte della quale s'interrogava sull'identità degli juventini.

Nel baseball Alex metterà i piedi anche oggi, dentro allo "Yankee Stadium" di New York, il tempio dello sport americano. Il numero dieci era stato nel vecchio impianto, da spettatore, stavolta ci andrà per un altro scambio di maglia: con Derek Jeter, interbase e capitano degli Yankees. Si somigliano: classe ‘74, e una sola squadra nel cuore e nella carriera. Di maglie ne ha ormai una collezione, anche solo per questa tournée. Sabato sera, a Toronto, aveva fatto baratto, a centrocampo, con quella di John Tavares, 20 anni, talento dei New York Islanders e della nazionale canadese di hockey. Poi s'era accomodato in panca, per fare posto a Matri e Quagliarella, che non ci caveranno molto.

Farà meglio lui, pure in mezzo a un sfida anche cattiva, con falli e reazioni. Il colpo da maestro l'ha piazzato sul rettilineo d'arrivo, quando Del Piero s'avvicinava all'area e, pressato dal nemico, beffava il portiere con un colpetto sotto. Palla che volava leggera, sotto la pioggia, come un pallonetto di tennis, e accarezzava la rete. «Era l'unica soluzione possibile», sorriderà poi appena finita, come avesse fatto centro da pochi passi. Piuttosto sereno, e non troppo preoccupato per la sconfitta. «Siamo appena all'inizio del lavoro, e queste sono partite di avvicinamento». Neppure si preoccupa per l'eventuale mancanza di autostima o fiducia, per lui e i suoi compagni, dopo due stagioni da rottamare. «Non penso proprio sarà un problema. C'è da lavorare, come sempre. Ma nulla è impossibile». Molto americano.