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oteva esser titolare della Juve Over 35, scesa in campo mercoledì sera nel derby contro la Sla, e fare bella figura sul prato dell'Olimpico insieme agli ex Nedved e Zidane. Poteva, perché i requisiti formali e storici c'erano tutti, ma Alessandro Del Piero si è limitato a tifare sugli spalti come capitano bianconero in servizio permanente effettivo. Perché di appendere le famose scarpette al chiodo non ne ha proprio intenzione, visto che candidamente è lo stesso numero dieci ad ammettere che «sono nato per il calcio giocato e non ho voglia di fermarmi adesso». Questione di fisico (è il bianconero con meno allenamenti saltati per infortuni) e di testa, al punto che un antico sodale come Marcello Lippi gli ha già pronosticato una luminosa carriera fino a quarant'anni. Nessuna esagerazione, perché questo è il «magic moment» di Del Piero: un totem indiscutibile per i tifosi, che sta vivendo una seconda giovinezza ed ancora una volta si è confermato con forza punto di riferimento per spogliatoio e società.

La rivoluzione estiva sembrava averlo messo ai margini della squadra e le scaramucce invernali sul contratto sembravano il preludio ad uno strappo doloroso, ma con molta pazienza e tanti gol la bandiera juventina è tornata a sventolare. Ora Del Neri lo considera un valore aggiunto, oltre che un titolare inamovibile (causa anche infortuni degli attaccanti), e il presidente Agnelli è pronto a rinnovare il famoso contratto da firmare in bianco. Nella prima settimana di aprile si prolungherà una storia d'amore unica, anche se Del Piero non si pone limiti. «Non so quando smetterò di giocare - ha detto ieri ai suoi tifosi, sintonizzati con il Filo Diretto di Juve Channel - e non so cosa farò da grande. Guardo al presente e alla prossima stagione, poi si vedrà e si capirà. In ogni caso non ho pensato ad una carriera da dirigente o da allenatore: non per mancanza di volontà, ma perché penso solo alla passione di fare il calciatore». Il sorriso è quello dei giorni migliori, la condizione atletica conferma che i suoi 36 anni e mezzo sono stampati solo sulla carta d'identità e l'umore profuma di chi ha vinto nuovamente la propria battaglia sul campo. La fascia di capitano un giorno andrà a «Buffon, poi dietro vedo Chiellini e Marchisio», ma per il passaggio di consegne c'è tempo.

Ora l'obiettivo è già fissato sulla Roma («Una gara speciale, con lucidità e qualità si può vincere») e così l'emozione viene concessa soltanto quando si parla del nuovo stadio, dove Del Piero vuole battere il calcio d'inizio e festeggiare il record di aver giocato in tre diversi impianti della Juve (Delle Alpi, Olimpico e la nuova casa bianconera). Il resto, invece, è esempio e autocritica. «La sofferenza dei tifosi è anche la nostra - ammette senza reticenze - perché quando non riesci a vincere, vivi di frustrazione. L'auspicio e la speranza è che presto si possa rivivere la Juve del recente passato». La nostalgia, si sa, da sempre è canaglia e così per alleggerire la sfilata dei ricordi tra scudetti, Intercontinentale e 5 maggio 2002, Del Piero racconta che uno dei momenti più belli della sua carriera bianconera l'ha vissuto domenica scorsa contro il Brescia. Quel gol capolavoro, che ha permesso alla Juve di tornare alla vittoria dopo polemiche e contestazioni, è già nella galleria dei ricordi indelebili.