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Era il 26 febbraio 2001 quando Roberto Mancini diventa allenatore per la prima volta. Alle spalle una breve parentesi di vice Eriksson alla Lazio e a 36 anni la sua prima 'vera' panchina. In Serie A. Con la Fiorentina. Mancini non ha ancora il patentino ma si dimostra un allenatore preparato e pronto per fare questo lavoro. Nessuno però si sarebbe mai aspettato, che vent'anni dopo, sarebbe diventato campione d'Europa: "Le sensazioni erano positive, ma vent'anni sono tanti. In questo lungo periodo è migliorato molto, ha una personalità incredibile e ha fatto davvero un capolavoro. Inoltre, è bravo a circondarsi sempre di ex calciatori nello staff". A parlare è Angelo Di Livio, ex giocatore e uno dei suoi uomini di riferimento in quella Fiorentina, che aziona la macchina del tempo e nella nostra intervista racconta la prima volte di Mancini allenatore.

Cosa ha pensato appena le avevano comunicato che sarebbe stato il suo nuovo allenatore?
"Avevo la curiosità di capire che tipo d'approccio potesse avere. Mi sono bastati un paio di giorni per capire che ero di fronte a una persona preparata, che aveva uno staff importante composto da tutte persone che sapevano di calcio. Avevo capito fin da subito che avrebbe fatto strada, anche se poi si è anche superato".

Il primo ricordo insieme a lui?
"Anche da avversario in campo ho sempre avuto un buon rapporto con lui, è stato un giocatore straordinario. Da allenatore ricordo che si affidava molto a me ed Enrico Chiesa perché eravamo i suoi giocatori di spicco: tra noi c'era un rapporto schietto e sincero, ci parlava molto tenendoci sempre in grande considerazione".

Ci racconta un aneddoto insieme a lui?
"Ogni tanto faceva le partite di fine allenamento insieme a noi. Giocavano sia lui che il suo vice Gregucci. Erano ancora in forma, e spesso capitava che si prendessero in giro".

Il debutto in un Perugia-Fiorentina finito 2-2.
"Loro dovevano salvarsi, siamo andati sotto di due gol e poi l'abbiamo recuperata. Quella reazione è stata proprio il sintomo di carattere che la squadra cercava".
Poi la vittoria della Coppa Italia contro il Parma, primo trofeo del Mancio.
"Vincere un trofeo al primo anno da allenatore contro un buon Parma per lui è stata una grande soddisfazione. E a noi aveva un po' ripulito la testa, ci aveva dato consapevolezza delle nostre forze. Eravamo una squadra giovane e lui ci metteva bene in campo: vincere una Coppa Italia a Firenze era come conquistare due scudetti in un'altra città".

Che tipo di allenatore era il primo Mancini?
"Una persona che trasmetteva fiducia e lavorava molto sull'aspetto psicologico di noi giocatori. In campo ci dava la forza per attaccare facendo possesso palla e pressando alti. Uno stile di gioco simile a quello adottato con la Nazionale".

C'è una caratteristica che non ha cambiato in tutti questi anni?
"Sì, la sua strategia nel voler fare gioco dall'inizio. Mancini non sarà mai un allenatore che dirà di aspettare l'avversario e ripartire in contropiede; vuole osare fin dall'inizio, magari anche rischiando un po' ma cercando sempre di fare il gioco e attaccare".

Cos'ha pensato dopo aver visto la vittoria all'Europeo?
"A tutto il lavoro e il sacrificio che c'è dietro a un successo del genere, se hai fatto parte del Club Italia sai tutto quello che viene fatto per raggiungere determinati risultati. Lui sin dall'inizio ha ridato un ringiovanimento incredibile al movimento. Ricordo quando aveva convocato Zaniolo prima ancora che debuttasse in Serie A: ecco, noi abbiamo bisogno di gente come Roberto Mancini".