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Futbol. Dovunque, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Futbol. Non sempre bailado. Rio de Janeiro, Copacabana, il Mondiale qui é già iniziato. Forse c'è sempre stato. Ci sono solo più bandierine brasiliane sui balconi e sui taxi: sono gialli, tanti e costano poco, puoi persino sceglierli attraverso un app dedicata sul telefonino, dove vedi foto e nome dei conducenti, con tanto di voti dati dai clienti. 

Qui, Neymar è un'ossessione, il golden boy delle pubblicità, lo trovi in ogni copertina e manifesto, chissà se anche in campo il Brasile sarà suo. Sono arrivato qualche giorno fa, mi ha accolto un tappetino verde a forma di campo con le porte, si trova prima di salire o scendere da un aereo, é il loro biglietto da visita. "Benvenuti nel paese del Futbol", ricordano le hostess come un ritornello prestabilito. Lo sappiamo, grazie. E basta passeggiare sulla spiaggia di Copacabana per capirlo meglio. 

Dalle prime luci del mattino, si gioca. Squadre che si allenano, partite improvvisate, tornei di ogni tipo. Corrono tutti, fanno sport grandi e piccini, non servono le strutture, a loro basta la sabbia. Ci sono poliziotti a nastro, pattuglie in macchina ferme a presidiare, volti tesi, troppe le polemiche dei giorni scorsi per cadere in qualche trappola. Così, tutti camminano serenamente, nemmeno l'ombra di delinquenti o manifestazioni di protesta. Almeno qui, dove sono già arrivati colleghi da tutti il mondo e i primi tifosi sparsi. 

Ho visto molti olandesi, tanti cileni, un bel gruppo di messicani e colombiani. E poi i croati, ubriachi dal pomeriggio, che cantano e ballano facendo sparare persino i fuochi d'artificio. Il tassista mi porta al Maracaná, devo ritirare l'accredito. Mi chiede di Balotelli. E Pirlo. Sono gli azzurri più temuti, anche se la squadra che preoccupa di più i brasiliani è la Germania. 
E il Brasile? Mi piace ancora fare domande. "Boa", risponde lui. Una buona squadra, nulla più. E al di là dei possibili difetti della Seleçao, mi sa tanto di scaramanzia visto l'esito dell'ultima Coppa del Mondo giocata in casa. Il Maracaná intanto è quasi pronto, agli accrediti trovo un italiano sorridente che lavora nello staff, uno di quelli che ha sempre la valigia pronta. 

"Ho vissuto in Australia, adesso sono a Rio: ma tu non sei quello che fa il calciomercato?". Magari tornando qualche volta da noi, sarà incappato nel mio faccione in tv. Torno in hotel, dove la battaglia più sfiancante é contro il Wifi che funziona di merda, ma basta sorseggiare uno di quei succhi che trovi solo qui per ritrovare serenità: manga, maracuja, abacaxi, gli altri nomi devo ancora memorizzarli. 

A pranzo, ho imparato a mangiare come loro: panino con carne (o pollo) e ananas leggermente cotto, provatelo non vi prendo in giro. E la sera, picanha o churrasco: ti siedi, ti portano mille portate e continuano fino a quando non esponi la targhetta con la scritta stop sul tavolo. E quasi si dispiacciono. Per smaltire bene, una bella corsetta a Copacabana, magari con partitella inclusa. Perché un compagno per due palleggi lo troverai sempre: é la terra del Futbol. Obrigado. 

Gianluca Di Marzio (giornalista Sky Sport)