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Ci sono i campioni, i professionisti. Ma non solo. C'è una schiera, fatta da milioni di persone, che pratica sport per divertimento. Uno sport basato sul valore sociale, sul senso dell'educazione: è la missione del CSI, il Centro Sportivo Italiano. Fondato nel 1944, è a tutti gli effetti la più antica associazione polisportiva italiana. I suoi numeri descrivono in parte il peso sociale che svolge quotidinamente: quasi 13mila società, oltre 40mila squadre, un totale di 1 milione e 350 mila tesserati, guidati da 132 mila tra allenatori, arbitri, giudici e dirigenti. Cosa li unisce? Il volontariato. È qui che sono cresciuti campioni come Rivera, Cabrini o Tardelli. E poi Casiraghi, Albertini e Signori. Fino a Toldo e ai fratelli Inzaghi. Di questa realtà abbiamo parlato con Vittorio Bosio, presidente nazionale del CSI. 

Presidente, come sta?

"Sto bene, ma abitando in provincia di Bergamo vedo il peggio che c'è da vedere. Abbiamo perso persone care, anche nel mondo dello sport. La situazione è complicata, nessuno era preparato a ciò. Proviamo ad essere ottimisti e ad avere speranze per il futuro". 

Il vostro movimento come vive, anche considerando il valore sociale legato allo sport, questa situazione? 

"Il nostro valore sociale è ciò che ci preoccupa maggiormente, i nostri atleti hanno quasi tutti meno di 16 anni. Credo stiano soffrendo particolarmente per la reclusione, è complicato vivere un momento così. Io ho 68 anni, capisco, ma spiegarlo a un bambino è più difficile. Il CSI si è fermato subito, siamo stati i primi. Abbiamo chiuso gli oratori e i centri sportivi, ponendo fine a una filiera di sport sociale. Lo sport non è solo agonismo e classifica, ma anche il vivere insieme, è un'occasione educativa. Questo è ciò che ci preoccupa di più: senza sport viene a mancare la socialità. E sarà l'elemento più complicato da riprendere. Inoltre c'è un problema".

Prego.
"Se il modo per riprendere è come quello che dicono i medici sportivi, con tutte le misure, lo sport sociale non esisterà più. Sono misure applicabili dalle società di Serie A, di Serie B, ma è complicato se scendi nelle altre categorie. Vanno studiati metodi di sicurezza sanitario, al primo posto c'è la salute. Lo sport serve ai più deboli per vivere momenti per stare insieme, se lo perdiamo viene a mancare uno strumento importante. Mai come ora mi sono accorto del valore dello sport: non deve diventare nostalgia, ma speranza. Ripartiremo più consapevoli che quello che abbiamo è un valore. In questi giorni ho ricevuto centinaia di messaggi e video, tutti orientati verso la speranza, ho il cuore pieno di gioia. Un bambino di 6 anni ha chiesto alla polizia di arrestare questo virus per tornare a giocare a calcio in oratorio: l'innocenza dei bimbi è bellissima". 

Che effetto le fa vedere il mondo professionistico battersi tra polemiche, critiche e lotte di potere?

"In questo periodo complicato fa male vedere questi egoismi, lo sport non è questo. Ma faccio fatica a giudicare un mondo in difficoltà, abituato a vivere sopra le righe. Non vorrei essere io il dirigente a dover scegliere, capisco che ci sono in gioco interessi che non possono non essere considerati. Il calcio muove migliaia di persone, anche i nostri ragazzi. Nel dare ai professionisti la possibilità di ricominciare, si pensi anche a un mondo che deve assolutamente ripartire, quello degli oratori: i nostri ragazzi sono gli stessi che vedono le partite e che - magari - diventano poi i campioni della Serie A stessa. Se non facciamo ripartire quella parte, sarebbe uno sport senza anima. I campioni hanno un'anima, l'ho sperimentato personalmente: il mondo dell'oratorio e del campetto lo sognano ancora adesso".

Chiudiamo con la questione economica: ha paura per il futuro delle vostre 12.708 squadre?

"Stiamo vivendo le paure di ognuno di noi, poi ci sono le paure degli altri. Ci sono problemi economici, anche la piccola società deve comprare 20 palloni e in proporzione ha lo stesso problema della grande squadra. Stiamo provando a diffondere un messaggio di speranza".