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Non so se un giorno mi occuperò di mercato calcistico femminile, chissà. Anche in questo mondo, per esempio, Psg e Bayern hanno pescato da noi le migliori ragazze, portandole via dall'Italia. Perché qui il fenomeno é ancora dilettantistico, le praticanti sono poche, persino in Islanda giocano di più. E solo all'estero, le nostre giocatrici si sentono davvero realizzate. 

"A fine carriera, sono stata in Spagna, al Levante: l'unico momento in cui ho pensato di essere una vera. In Italia, mai successo", me lo raccontava ieri Katia Serra. Una delle migliori azzurre dell'era recente, esterno alla Zambrotta. Che adesso commenta le partite e vorrebbe fare l'allenatore. Tanto da aver già preso il patentino UEFA/A in un corso a Coverciano dove lei era l'unica donna su 71, tra i partecipanti anche Boscaglia del Trapani.

La sua storia mi ha affascinato, così come mi hanno appassionato gli occhi innamorati delle tante ragazze conosciute ieri a Chieti, felici per un giorno perché gemellate finalmente con la squadra maschile che gioca in Lega Pro: dalla prossima stagione, potranno usare gli stesso colori della maglia (neroverde) e lo stesso stadio (l'Angelini), non ci saranno discriminazioni. 

Mi piacerebbe vedere presto dal vivo una loro partita, mi dicono sia particolare. Anche sul 6-0, vedi le sconfitte lottare su ogni pallone, polemiche zero, calci e strette di mano, (quasi) mai una lamentela. E pensare che, fino a qualche mese fa, di calcio femminile conoscevo solo la Morace, finita adesso in Australia a insegnare il suo calcio in un Academy, pensa te. Mentre qui, il Ct lo fa Cabrini: il bell'Antonio, beato (mica tanto, visti i risultati) tra le donne. Nel pallone. Perché la domenica ormai non rimangono più sole. 

Gianluca Di Marzio (giornalista Sky Sport)
 

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