Ma che giocatore è stato Didier Drogba? Uno straordinario campione, tra i migliori africani di sempre, un poster vivente per la Costa D’Avorio, per molti un esempio, per tutti uno dei più potenti centravanti che hanno calcato la scena europea negli ultimi vent’anni. A quarant’anni Drogba lascia il calcio: giù il cappello, davanti a un ragazzo partito dal nulla e arrivato - rincorrendo un pallone - in cima al mondo. Ha fatto dello strapotere fisico il piedistallo dei suoi successi. Era resistente, ma leggero. Una gazzella con le ruote motrici e gli accessori di un Suv. Segnava di testa, con rasoiate implacabili dopo lunghe sgroppate (preferibilmente dalla parte destra dell’area), con tiri dal limite, arpionando il pallone con guizzi felini in area intasate. Segnava in tutti i modi, è stato il classico attaccante che dà profondità alla manovra, ha l’istinto feroce del gol ma non risparmia l’assist.
 
La sua è una storia di povertà e riscatto, di quelle col lieto fine. Didier, ma la mamma lo chiama Tito perché ha una simpatia per il presidente jugoslavo di allora (Josip Broz detto appunto Tito), cresce a Yopougon, un sobborgo di Abidjan, ma presto, da bambino, ad appena cinque anni, va a vivere in Francia con lo zio, Michel Goba, calciatore professionista. E’ quello il suo destino, anche se fitte di nostalgia lo inducono a tornare in Costa d’Avorio (per poi ripartire ed essere raggiunto definitivamente dai genitori a Parigi quando ha quindici anni). Dal 2012 è spostato con la storica compagna, la maliana Diakitè Lalla: insieme hanno tre figli. E’ ambasciatore delle Nazioni Unite, si è sempre speso per iniziative benefiche nel suo paese. Il bivio della carriera nel 2002-03: segna 17 gol col Guingamp, ha 24 anni - non più giovanissimo quindi - e si comincia a parlare di lui. Gli anni migliori sono quelli con l’O.Marsiglia e il Chelsea, con cui segna 100 gol in Premier League (primo africano ad esserci riuscito) e conquista la storica Champions del 2012, alla tenera età di 34 anni. Il resto di una carriera lunghissima riassume la fame di un uomo sportivamente ambizioso come pochi e la naturale attitudine a monetizzare gli ultimi anni di carriera. E quindi: Shanghai, Galatasaray (dove si confermò ad alti livelli), poi Montreal e infine Phoenix Rising, club di USL (la Seconda Divisione americana) di cui è anche azionista.

Ha vinto come detto la Champions e quattro volte la Premier con il Chelsea (Abramovich lo pagò 24 milioni di sterline nel 2004), l’aveva convinto Mourinho come solo lui sa fare («Tu sei un buon giocatore, ma se vuoi diventare un campione come Henry, Ronaldo, Van Nistelrooy devi giocare in Inghilterra e nella mia squadra»), per due volte è stato capocannoniere in Inghilterra, si è tolto la soddisfazione di vincere un titolo anche in Turchia. Unico rimpianto: i Mondiali. Ne ha disputati tre, 2006. 2010 e 2014; ma la Costa d’Avorio si è sempre persa sul più bello, e la volta buona per lasciare il segno è diventata ogni volta quella dopo. A quarant’anni ha dato l’addio al calcio. Ha guadagnato tanto, quest’anno la rivista «People with Money» l’ha celebrato come il calciatore più pagato al mondo (75 milioni di dollari di fatturato tra ingaggi e sponsor), forte di un patrimonio personale di 215 milioni di dollari.
Drogba è un uomo d’affari come ce ne sono pochi. Ad Abidjan possiede una catena di ristoranti («Le pizze di Papà Didier») e una squadra di calcio («Gli Angeli di Abidjan»), ha prestato fisico e sorriso da Hollywood a marchi di vodka, linee di moda e profumi. Non sappiamo se resterà nel mondo del calcio, abbiamo però la certezza che continuerà a fare affari. Infine, nota per gli appassionati di classifiche. Drogba, Eto'o, Milla, N'Kono, Weah, Okocha: chi è stato l'africano più forte di sempre?