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Osservo il ragazzino inquadrato dalle telecamere. Ha gli occhi gonfi di lacrime. Sotto di lui, sul terreno di gioco dove le ostilità agonistiche sono terminate, sfila un giocatore con addosso la maglia bianconera, le braccia levate in segno di saluto, il volto rigato da ciò che gli occhi non riescono a trattenere. Mi immedesimo in quel giovane tifoso e precipito nell’abisso del tempo, nel regno dei ricordi. Cinquantasette anni fa. Più di mezzo secolo. Avrò avuto la medesima età del giovane spettatore contemporaneo.

Così piangendo lacrime vere e sentendomi da cane abbandonato il mezzo ad una strada, raccolsi il saluto che dal campo Omar Sivori indirizzava alla gente che dagli spalti invocava il suo nome pregandolo e quasi supplicandolo di non lasciare quel posto delle fragole che per lui era diventato un giardino di piante velenose.
Omar lanciava baci con la mano destra e la sinistra la teneva fissa sul etto all’altezza del cuore. Era stata la sua ultima partita con addosso la maglia di una squadra per la quale lui aveva rappresentato un’autentica ideologia. La Juve è grande e Sivori il suo profeta era lo striscione lungo quanto tuttala curva aveva arredato il Comunale. In quel momento provai un odio senza uguali nei confronti di Heriberto Herrera, il principale responsabile per la fine di un grande amore.

Torno indietro. La storia si ripete. Differenti i protagonisti, identiche le suggestioni e le emozioni. Paulo Dybala, per dirla con una battuta sdrammatizzante, si è fatta l’ultima con la Signora e dopo sette anni lascia quel luogo che, per lui e per la gente bianconera, avrebbe dovuto rappresentare l’eterno incanto. Invece no. Come accadde per Omar Sivori, del quale Dybala avrebbe dovuto raccoglierne l’eredità, sulla Juventus piovono lacrime argentine e, facendo molta attenzione, nell’aria sembra risuonare il refrain di una vecchia canzone scritta per l’addio a Evita Peron e poi reinterpretata da Madonna. Don’t cry for me….Juventus. Ma è troppo difficile riuscirci.