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Una gloria del calcio come George Weah, un ex dirigente della Coca-Cola e il vicepresidente uscente detto "Joe l'addormentato": sono i tre candidati che oggi in Liberia, la più antica repubblica d'Africa, si giocano la poltrona di Ellen Johnson Sirleaf, la prima donna a essere eletta capo di Stato nel continente (nel 2006), al termine di una stagione di massacri e guerra civile. 
Un piccolo Paese apripista: un anno prima che in Europa scoppiassero i moti del 1848, in uno spicchio di Africa occidentale un gruppo di schiavi liberati dalle piantagioni americane cominciava un esperimento politico di cui Mamma Ellen è l’ultimo frutto. Lascia il potere a 78 anni, dopo 12 di governo e un Nobel per la pace. «Mi sono costruita una fattoria, anche se spero che qualcuno nel mondo abbia ancora bisogno dei miei consigli» ha detto Johnson Sirleaf annunciando l’addio. A sorpresa, la leader dei "sogni paurosi" (il suo motto: "Se i tuoi sogni non ti spaventano vuol dire che non sono abbastanza grandi") non ha appoggiato Joseph Boakai, 73 anni e per ben due mandati suo vice. Lo chiamano Sleepy Joe perché tende ad addormentarsi in pubblico, anche se lui ribatte alle critiche sostenendo di essere "un sognatore". Simpatico, ma inconsistente. Di fronte a lui può finalmente brillare la stella del vecchio numero 9 rossonero, Pallone D’oro 1996: George Weah, 51 anni, ha cercato a più riprese di scalare la politica nel suo Paese d’origine, scontrandosi con il prestigio di Ma Ellen e uscendo sconfitto alle elezioni di sei anni fa. Il voto di oggi potrebbe essere la volta buona per l’ex bomber del Milan di Baresi e Savicevic. La sua parola d’ordine è "sviluppo" e "posti di lavoro", visto che la stabilità portata da Johnson Sirleaf ha riempito poche pance.

Chiunque vinca, per la Liberia sarà il primo vero passaggio di potere pacifico negli ultimi 73 anni. Un successo per niente scontato. Basta pensare alla fine che hanno fatto i predecessori di Mamma Ellen: Charles Taylor, condannato da un tribunale dell’Onu, sconta una condanna a 50 anni in una prigione olandese. L’uomo a cui aveva soffiato il posto, il sergente-dittatore Samuel Doe, è morto decapitato. La Liberia, con la vicina Sierra Leone, è il Paese che ha dato al mondo storie di blood diamonds, massacri e bambini soldato. L’ultimo decennio, con la stabilità portata da Ma Ellen, ha fatto da cuscinetto a quel passato spaventoso, anche se non ha inciso molto nella lotta alla corruzione e alla povertà. L’economia ancora non si è ripresa dalla mazzata dell’epidemia di Ebola del 2014. 

Negli slum di Monrovia la campagna elettorale è stata una gioiosa macchina di compravendita, dove si sono promessi voti in cambio di una maglietta nuova, venti dollari, un piatto di riso e tanta birra. Al Fish Market, suo quartier generale, negli ultimi 10 mesi Weah ha aperto una mensa: una donna chiamata Madre Conforto e i suoi 30 aiutanti hanno preparato cibo gratis per supporter veri o presunti. Per vincere, oggi serve il 50% dei voti più uno, altrimenti ballottaggio fra i primi due classificati. L’ex attaccante del Milan si è scelto come vice una donna, Jewel Howard. Non una senatrice qualunque. Né una giovane Ellen. Jewel è la ex moglie di Charles Taylor, a lui politicamente ancora fedele. Come si legge sul Corriere della Sera in edicola oggi, recentemente dalla sua cella il vecchio signore della guerra ha potuto telefonare a casa: la sua voce è stata diffusa a un comizio. Weah smentisce ogni legame, ma c’è il sospetto che, tramite la moglie, il signore della guerra possa condizionare in qualche modo il futuro. Occhio George: come suggeritori erano meglio Boban e Savicevic.