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Stupisce lo stupore. Il voto delle elezioni politiche inglesi assegna un mandato praticamente in bianco al leader conservatore Boris Johnson, fautore fra i più radicali della Brexit, e molta parte degli analisti cade dal pero o va in depressione. Come se davvero credessero che potesse andare diversamente, e che laburisti e settori anti-Brexit della società inglese fossero in grado di rovesciare l'equilibrio della competizione.

E invece, a tre anni e mezzo di distanza dal voto referendario che ha sancito il sì all'addio all'Ue, la spinta in quella direzione si è addirittura rafforzata. Con buona pace di chi legge i sondaggi dell'ultimo minuto come se fosse scrutare la sfera di cristallo. E mettesse tanto wishful thinking laddove dovrebbe soltanto cercare di capire cosa sta succedendo. Perché altrimenti il lavoro dell'analisi politica si trasforma in un esercizio di auto-ipnosi. Il cui solo effetto è il risveglio brusco. O la caduta dal pero, appunto.

Certo, si dirà che il vero shock sia la misura della vittoria (o della sconfitta, a seconda di quale sia il lato da cui si guarda la cosa). E questo è un dato su cui davvero bisogna ragionare. A qualsiasi latitudine gli elettorati continuano a premiare candidati e proposte politiche di stampo populista. E a forza di vedere confermata la tendenza, o addirittura di vederla amplificare da voti ampiamente maggioritari, bisognerà pure porsi qualcuno degli interrogativi che accuratamente si insiste a eludere.

Perché il voto popolare continua a bocciare tutto ciò che viene percepito come élite (politica, intellettuale, economica)? Perché le forze che un tempo rappresentavano il popolo vengono adesso surclassate pure nei collegi elettori un tempo sicuri? E perché piace così tanto il leader politico che parla alla pancia degli elettori anziché appellarsi alla ragione? Soprattutto: qualora Donald Trump avesse la possibilità di ricandidarsi alla presidenza Usa, siete proprio sicuri che non venga rieletto? Ecco, davanti a interrogativi del genere temiamo che i peri tornino a popolarsi.
Ma in tutto ciò, cosa sarà del calcio inglese e di quella macchina da soldi che è la Premier League? Risentiranno della Brexit? Si tratta di interrogativi che da giugno 2016, data del referendum che sancì la volontà del popolo inglese di recidere il legame con l'Unione Europea, continuano a inseguirsi senza trovare una risposta esaustiva.

Di sicuro si crea un paradosso: in un paese che prende la via della ri-nazionalizzazione continua a prosperare il campionato calcistico più cosmopolita del pianeta. Le due cose potranno coesistere? Crediamo proprio di sì. E ci spingiamo oltre, arrivando a affermare che in fondo la Premier League abbia già da tempo operato una sua peculiare forma di Brexit. Da intendersi come uscita dall'Inghilterra e dalla Gran Bretagna.

Per capire quale sia il senso della cosa, basta porsi un interrogativo: ma davvero la Premier League è ancora il massimo campionato nazionale inglese? A noi sembra che a partire dalla seconda metà dei Novanta esso sia diventato il torneo globale per eccellenza al pari della NBA. E che continui a essere disputato in Inghilterra perché il radicamento locale fa parte del brand, e si rivela funzionale all'immagine e alla sua vendibilità. Per il resto, il torneo e i suoi principali club sono proiettati su una dimensione di mercato globale.

Rispetto a ciò, il fatto che il torneo si disputi in un paese ri-nazionalizzato non dovrebbe influire più di tanto. Né converrebbe alle due parti in causa (la Premier e il governo pro-Brexit) andare allo scontro. Trovare un modus operandi conviene a tutti. E la sa meglio di chiunque altro proprio il signor Primo Ministro.