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In un campionato in cui contano i numeri, basato esclusivamente su interessi di natura commerciale ed economica, la sfida tra Empoli e Chievo possiede tutte le caratteristiche per essere una di quelle partite che, a malapena, vengono "sopportate" nelle stanze dell'èlite politica che governa il calcio italiano. "Ci si sente come quando si partecipa ad un banchetto al quale non siamo stati invitati", ha detto con amarezza il presidente dell'Empoli Fabrizio Corsi, chiamato nei giorni scorsi a commentare le recenti polemiche sulla presenza dei piccoli club sul massimo proscenio della serie A. In un calcio in cui il valore dei risultati sportivi acquisiti sul campo viene fatalmente dirottato in secondo piano, ecco che aspetti come lavoro, programmazione e serietà professionale vengono meno per lasciare spazio all'unico principio che sembra contare: l'appeal mediatico

Empoli e Chievo non avranno particolare appetibilità sul piano del marketing ma rappresentano due realtà esemplari di come si costruiscono i successi sportivi in provincia, attraverso la competenza e un uso misurato delle (poche) risorse economiche a disposizione. "Siamo il fiore all'occhiello del calcio italiano", ha detto il tecnico clivense Rolando Maran alla vigilia del match del Castellani, rivendicando con orgoglio il valore di due società davvero atipiche per il calcio attuale: la squadra appartenente a una frazione di Verona di circa 2.500 anime, che frequenta la serie A per la quattordicesima volta nelle ultime quindici stagioni, e una formazione che rappresenta una cittadina toscana di nemmeno 50.000 abitanti, giunta nella massima categoria per la decima volta nella sua storia. 
Empoli e Chievo. Due piccoli club che, venti anni fa, al massimo si affrontavano in serie C e che oggi, sportivamente parlando, riescono a ritagliarsi uno spazio privilegiato muovendosi con parsimonia e oculatezza nel mondo dorato del calcio che conta. I classici vasi di terracotta tra i vasi di ferro di donabbondiana memoria. Eppure qua in provincia si produce un'idea di calcio, si investe sul settore giovanile, si sopravvive allevando i campioni del futuro e proponendoli al migliore offerente. Probabilmente, se anche le società provviste di grandi bacini d'utenza non pensassero soltanto ad azzannare avidamente le fette della torta dei diritti televisivi ma anche a pianificare in modo più efficace le risorse a disposizione, non si assisterebbe a partite come quella che si è sviluppata a San Siro una settimana fa. Una gara in cui l'Empoli di Sarri dominava alla Scala del calcio grazie al palleggio e all'organizzazione di un vero collettivo e il Milan di Inzaghi annaspava proponendo soltanto un disarticolato manipolo di solisti. E neppure di particolare qualità.