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E’ un sollievo poter pensare e parlare di Milan finalmente in chiave positiva dopo tanti anni di frustrazione. L’aria che circonda la squadra e l’ambiente è finalmente ossigenata. Ci sono equilibrio, tranquillità e idee di programmazione. 

Tra un mese si ricomincia a giocare per i 3 punti e finalmente non c’è la sensazione di dover rifare tutto da zero. Bravi tutti e tutti confermati: Pioli, Ibra, Maldini
. Pronti anche i rinnovi principeschi per i due gioielli Romagnoli e Donnarumma. Insomma ci sono basi su cui ripartire. Non manca l’entusiasmo. Anzi. Forse ce n’è troppo.

Un entusiasmo mediatico e comunicazionale da vecchio Milan. I tromboni impolverati ricominciano a suonare la fanfara degli anni d’oro, sembrano non aver imparato la lezione del pane durissimo e delle figuracce collezionate in questi anni, da Mr Bee a Yonghong Li. L’esaltazione di piazza andava benissimo quando si giocava quasi ogni anno una finale di Champions. Adesso bisognerebbe stare più cauti, memori del recentissimo passato.

Questo Milan, nonostante il filotto eccezionale di questo finale di campionato, rimane una squadra discreta, da quinto/sesto posto, non a caso la posizione in classifica che più spesso ha occupato in questi anni.

Una squadra che dal 2013 non si qualifica alla Champions, una squadra che avrebbe bisogno di innesti importanti dentro e fuori dal campo. Non parlo solo di aspetti tecnici, ma anche e soprattutto commerciali. Non ci facciamo abbindolare dalle maglie vendute nell’ultimo mese, purtroppo il trend dei fatturati rossoneri è in costante decremento da anni, a fronte di un’inerzia positiva di tutti gli altri club di Serie A.
E non ci facciamo abbindolare dai numeri snocciolati negli ultimi giorni e dal secondo posto parziale nel “torneo di clausura”. Mi fanno ridere quelli che prendevano in giro Galliani quando analizzava i campionati “a segmenti” e adesso esultano per aver fatto meglio di Juve e Inter nelle ultime 12 partite. Per arrivare alla fine sesti. A cosa sono serviti tutti quei punti, se non a confermare Ibra e Pioli? Per carità aspetti importantissimi, ma una squadra di calcio, come qualsiasi altra società deve perseguire o avvicinarsi il più possibile ai propri obiettivi. Tecnici ed economici. E il Milan, anche quest’anno si pone molto lontano da essi.

Non voglio a tutti i costi fare la voce fuori dal coro e sono il primo ad essere felice per questa entusiasmante estate rossonera. Sono il primo che diffidava della rivoluzione teutonica affidata a Rangnick e sono il primo ad avere provato sollievo il giorno dell’inattesa conferma di Pioli, in ossequio alla linea della “conservazione”. Ma non bisogna perdere di vista la realtà. L’anno scorso il Milan è arrivato a 10 minuti dalla qualificazione in Champions League, obiettivo per cui ha lottato fino all’ultima giornata.

L’anno scorso il Milan tra dicembre e marzo è stato protagonista di un filotto paragonabile a quello di quest’estate
. Con la differenza che tra dicembre e marzo tutte le squadre sono a caccia di punti e non si vedono partite soft tipo quella dell’altro ieri contro il Cagliari. L’anno scorso il Milan ha fatto due punti in più e, dettaglio non da poco, non aveva uno come Ibra. Eppure l’anno scorso la proprietà ha cambiato il direttore generale e l’allenatore.

Quest’anno, con un rendimento analogo e con un Ibra in più, ma senza lottare mai per l’obiettivo Champions vengono confermati tutti e addirittura celebrati come “maghi” del calcio. Lungi da me mettere in discussione i meriti di Pioli, Maldini e company, che sono sempre stato il primo a sottolineare. Quello che reclamo io è solo un po’ di equilibrio e obiettivitá nei giudizi. Noi tutti speriamo che la prossima stagione ricominci sulla falsariga di quest’estate, ma se le cose non dovessero andare così non saremmo stupiti. Perché Pioli è bravo ma rimane sempre Pioli. Perché Kjaer è utile, ma non sarà mai Nesta. Perché Bennacer è cresciuto tanto ma Pirlo era diverso. Perché Ibra di anni ne ha 40 e non più 30