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Colpevole o innocente? Non siamo all’”essere o non essere?” di Amleto, ma il dubbio è ugualmente calzante e non soltanto perché anche Christian Eriksen è danese come il principe reso famoso da Shakespeare. Dopo quasi un anno all’Inter, infatti, nessuno ha la risposta esatta sul motivo per cui il centrocampista prelevato dal Tottenham non ha ancora sfondato con la maglia nerazzurra. Non è mai facile cambiare Paese, a maggior motivo non all’inizio della stagione, ma a metà campionato. I precedenti non mancano, a cominciare dal più illustre legato a Platini, arrivato alla Juventus subito dopo i mondiali del 1982, ma diventato il campione rimpianto ancora adesso soltanto dopo sei mesi. Da questo punto di vista Eriksen ha grandi attenuanti, perché la Premier non è la serie A e il Tottenham non è l’Inter. Come se non bastassero queste differenze, la sosta del campionato scorso a causa del covid e la successiva ripresa accelerata è stata una oggettiva complicazione in più.

L’inizio della nuova stagione, però, con gli stessi compagni e lo stesso allenatore, doveva giocare a favore di Eriksen e di conseguenza dell’Inter. Come non detto, invece. Dopo cinque giornate di campionato e due gare di Champions non è cambiato nulla, perché l’unica certezza è che Eriksen non è un titolare per Conte. E allora le colpe sono da dividere a metà tra i due, perché quando il danese ha giocato dall’inizio non è mai stato decisivo, ma è anche vero che Conte lo ha impiegato poco e troppo spesso lo ha inserito negli ultimi minuti, come nell’ultima partita a Kiev, facendogli indirettamente capire di non avere piena fiducia in lui. E la fiducia è indispensabile per qualsiasi giocatore, specialmente per chi è più forte tecnicamente che caratterialmente. I danesi per cultura e tradizione sono tranquilli ed educati e quindi non si può chiedere a Eriksen di urlare o arrabbiarsi in campo, con la grinta di un sudamericano. Questa apparente mancanza di personalità può essere il motivo per cui Conte preferisce chi gli assomiglia di più caratterialmente, come Barella che guarda caso ha fatto la differenza nell’ultima partita di campionato a Genova, quando è entrato in campo proprio al posto di Eriksen, poi tornato subito in panchina a Kiev.
La scelta di Conte ormai sembra chiara. Eriksen per lui è una riserva, sia pure di lusso, anche se ha già giocato cento partite con la Danimarca dove nessuno lo mette in discussione, come nessuno lo metteva in discussione nel Tottenham, quando era corteggiato anche dal Real Madrid. Il paragone con Bergkamp, grande con l’Olanda ma impalpabile nell’Inter, è scontato e allora il rischio, che è quasi una certezza, è che la storia finisca allo stesso modo, ricordando il mesto addio di Bergkamp ai nerazzurri dopo due anni senza acuti. Tanto vale, quindi, parlare chiaro, almeno a livello privato in società, per cui nell’interesse dei nerazzurri, oltre che dello stesso giocatore, Conte dovrebbe dire a Marotta, ammesso che non lo abbia già fatto, che si deve cedere Eriksen a gennaio, cercando di ricavare il massimo possibile per prendere un altro centrocampista, magari Kanté sfuggito nella sessione estiva di mercato. Conte, infatti, vuole una squadra con la potenza di Lukaku, l’aggressività di Barella, l’esperienza di Vidal e la velocità di Hakimi. Per lui Eriksen non ha nessuna di queste caratteristiche e quindi dovrà rassegnarsi al ruolo di colpevole. Anche se quando un matrimonio non funziona nessuno è innocente.