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  • Filadelfia, 17/10/2015: a Torino si fa la storia

    Filadelfia, 17/10/2015: a Torino si fa la storia

    • Alessandro Salvatico

    Cinque scudetti consecutivi, sette in totale, si sono festeggiati qui dentro. Qui ha giocato, semplicemente, la squadra italiana più forte di tutti i tempi. Qui la formazione di casa è rimasta imbattuta per 100 (cento!) partite consecutive, tonde tonde. Questo è stato il primo stadio di proprietà in Italia. Qui è stata inventata la scuola calcio, qui è fiorito per decenni il miglior vivaio del Paese. Basterebbero questi elementi per decretarlo: il Filadelfia è la vera "Scala" del calcio italiano. E, come alcuni fra i più importanti teatri nazionali (come il Petruzzelli, come la Fenice), è andato in pezzi, cenere, rottami. Ma oggi inizia la sua rinascita.

    Stamattina è stata posata la prima pietra della sua ricostruzione. Dopo lo sciagurato abbattimento di quel gioiello liberty, a opera dell'ex sindaco (e tifosissimo granata) Novelli nel 1997, promesse, progetti e modellini plastici si sono susseguiti per anni. Ma soprattutto, prese in giro. Iniziative, i "mattoni" acquistati dai tifosi, quei tifosi che ci hanno messo soldi, che (come il gruppo di Marina Cismondi) l'hanno tenuto pulito per anni dalle erbacce e dall'incuria in cui l'amministraizone cittadina lo aveva lasciato sprofondare; durante le Olimpiadi del 2006, anzichè fregiarsene come maggior gloria sportiva cittadina, sì preferì nasconderlo alla vista dei turisti, occultarlo.


    Quei tifosi che sono scesi in piazza, per anni, manifestando, sotto gli assessorati, davanti al Palazzo di Città, ovunque, per chiedere che finisse quest'ingiustizia. In troppi non volevano rinascesse: vincoli, cavilli, ipervalutazioni, le ipoteche accese prima del fallimento da quel Cimminelli ex Fiat (e il nome dell'azienda fra gli oppositori spunta chiaramente dalle indagini degli scorsi anni). E non è un caso, che in tanti si opponessero: da quando venne chiuso, nel 1994, la storia gloriosa del Toro si concluse di botto. L'anno successivo iniziò quella travagliata (che forse - usiamo ancora la formula dubitativa - da due-tre stagioni in qua va concludendosi): no, non è un caso. Perchè, chi è di Torino lo sa, il "Fila" non era solo la casa del Toro: era quel posto dove i giocatori incontravano la gente, dove questa tramandava loro i propri valori, faceva loro trasfusioni di tremendismo. Era la forza, del Toro, non unicamente lo stadio.

    La seconda Fondazione Filadelfia, quella attuale, stamattina ha potuto dare il via alla ricostruzione. Ventimila persone hanno assistito; fra loro, i giocatori di oggi e Paolino Pulici, i semplici tifosi e il presidente Cairo, tutti. Tranne uno, e non uno qualunque: don Aldo Rabino, che dopo 40 anni come cappellano ufficiale del club è volato lassù prima di vedere questa nuova alba (c'è il suo successore, don Riccardo Robella, a benedire la prima pietra) I lavori dureranno 16 mesi (gli ottimisti sognano che diventino 12), qui non tornerà a giocare la prima squadra ma la Primavera, mentre i grandi avranno la propria sede per gli allenamenti; e in più il Museo del Toro che qui si trasferirà, la sede societaria, la foresteria per i ragazzi, attività di merchandising e ristorazione.

    Cairo ha perfino suonato la tromba che fu di Oreste Bolmida, quella che accendeva il celebre "quarto d'ora granata" che segnava la riscossa di Mazzola e compagni. Il presidente si è spinto a dichiarare di voler chiedere la restituzione dello Scudetto revocato nel 1927. Pulici ha chiesto al presidente di far sì che il nuovo Filadelfia tenga le porte sempre aperte, come storicamente era sempre stato; "lo faremo il più possibile", la risposta. Dopo aver ringraziato Cesare Salvadori, presidente della Fondazione, e aver scherzato con Domenico Beccaria (presidente del Museo) per il suo impegno, anche l'editore si è commosso insieme alla grande folla, mentre chi non c'era faceva impazzare il tag #torniamoacasa sui social network, o ascoltava la diretta radiofonica su Radio Flash

    "Filadelfia! Ma chi a sarà 'l vilan a ciame-lo 'n camp?", "Filadelfia! Ma chi potrà mai essere tanto screanzato da definirlo un campo", si chiedeva Giovanni Arpino, grande giornalista e scrittore (di fede juventina). Altro che "chiamarlo": il Filadelfia è stato trattato come non accade nemmeno al più infimo prato di periferia. Ma ora il tempo dell'ingiuria è finito: quello della gloria scinitillante forse non tornerà più, non qui, non sarà il Tempio degli Invincibili; ma di sicuro torna il tempo del Toro. Torniamo a casa.
     


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