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L'attaccante esterno della Fiorentina Riccardo Sottil ha rilasciato al sito ufficiale della società gigliata una lunga intervista, della quale vi riportiamo i passaggi più interessanti:
Cosa significa il calcio? "Il calcio per me è ragione di vita. Da piccolo, mio padre giocava a calcio, una vita in Serie A, adesso fa l’allenatore. Quindi sono nato già nella culla col pallone. Però quello che dico sempre anche ai miei amici è: ‘Il calcio è DNA, però va sviluppato con il lavoro’. Il talento te lo da madre natura, ma non devono mancare costanza e attitudine al lavoro. È quello che fa la differenza. E’ normale che crescendo nella mia famiglia, con mio padre calciatore, tutta la famiglia calciofila, l’argomento in casa è sempre il calcio. Andavo al campo con mio padre, stressavo mio padre per andare al campo, negli spogliatoi con loro, prendevo le scarpette degli altri giocatori, le lucidavo. Per me è un’ossessione da quando ero veramente piccolo, da quando avevo 4-5 anni. Per me, il calcio è veramente tutto".  
 
Lontano da casa? "Quando la Fiorentina mi ha preso all’età di 16 anni, avevo i nonni, gli zii, i miei genitori, con mio padre che però allenava quell’anno a Siracusa e faceva avanti e indietro, così come mia mamma. Ero sempre ovattato, erano sempre là a farmi fare tutto, a portarmi a destra e a sinistra. Sono arrivato ed era bello, ma dovevo aggiustarmi. Mi ha segnato tantissimo". 
 
Da piccolo? "Quando ero piccolo, a 4 anni mi chiedevano cosa volessi fare da grande, ho sempre risposto che volevo fare il calciatore.  L’ho voluto talmente tanto da piccolo che non me ne è fregato niente di fare i sacrifici. Tanti vedono solo la facciata, ma dietro c’è tanto. Ci sono tanti sacrifici. La famiglia lontana, per tanti anni. Mio fratello cresciuto lontano da me. I sacrifici li fai. Ma il mio obiettivo è sempre stato questo, e sono sempre andato dritto per la mia strada, ho sempre dato il massimo. E ancora non ho fatto niente, bisogna fare ancora tanto". 
 
Sacrifici? "Personalmente l’ho sempre vissuta bene. A me è venuto sempre tutto molto naturale. Per esempio, non andare in discoteca, non fare tardi la sera, mangiare bene, non bere, non fumare. Tra l’altro non ho mai toccato niente, è una cosa che non mi piace. Anche l’odore del fumo mi dà fastidio. Quindi non mi è pesato tanto, perché volevo questo fin da piccolo. I sacrifici veri sono altri, io vengo pagato per giocare a calcio"
  
Interviste? "Forse noi calciatori siamo troppo schematici nelle interviste. Magari nelle interviste, gira e rigira, diciamo sempre le stesse cose, che poi sono le cose giuste da dire. Dopo una vittoria, o dopo una sconfitta, se tu vai a vedere le interviste dei giocatori, più o meno, cambiando le parole o girandole in modo diverso, le interviste sono sempre quelle. Qualche volta un pizzico di spontaneità in più ci starebbe. De Roon e Ibrahimovic sono due esempi. De Roon sui social è simpaticissimo. Lui è uno che fa ridere. E Ibrahimovic è un personaggio. Poi è un fenomeno, un campione in campo, ed è sempre stato così nella comunicazione, ha quella linea. 
 
Firenze? "E’ un legame forte. Sono arrivato che avevo 16 anni, ho fatto tutta la trafila, dagli Allievi, ai due anni di Primavera, all’esordio in prima squadra, e poi un altro anno in prima squadra. Ho un bellissimo legame. So come muovermi, so dove andare, conosco la città e la gente. Sono qui da tanti anni e mi piace veramente tanto. Ho esordito contro la Sampdoria, con Pioli, poi contro il Napoli alla prima di campionato con Montella ho giocato la mia prima partita da titolare. Poi il mister cambiò il modulo e non era proprio consono al massimo con le mie caratteristiche. Siamo passati al 3-5-2 e il ruolo di quinto è completamente diverso da quello di esterno offensivo. Ci vogliono caratteristiche diverse, corse diverse. Se sei un esterno a fare il quinto sei un po' sacrificato: se ti piace dribblare e attaccare, lì sei più limitato. Poi giocavamo bassi, partivamo con tanto campo davanti. La fiducia per un calciatore è importante, tantissimo. Poi sono passato da Cagliari, ho fatto bene e ho giocato tanto. Di Francesco, come Mister Italiano, sono allenatori che prediligono il calcio palla a terra, il gioco, le combinazioni degli esterni. Mister Italiano è un allenatore che ti insegna. Appena è arrivato ci ha detto che per lui il pallone è una ragione di vita, e si vede da come cura i dettagli, da come ti sprona. Ora sono tornato alla Fiorentina e sono pronto per questa stagione".