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Segni particolari: muscoli, talento e una buona dose di cultura del lavoro tipicamente friulana. Alberto Rosa Gastaldo è nato nel 1995 a Travesio, un lustro dopo i Mondiali in Italia e 11 anni prima del trionfo della Lippi Band a Berlino. Gioca a pallone con la Fiorentina, nel complesso si diverte (nonostante gli infortuni che lo tormentano) e vive nella bella capitale del Granducato toscano.
I genitori vanno a trovarlo regolarmente nel weekend. Lui appena può torna a Maniago, dalla sua famiglia, a respirare l’aria di casa, divertendosi con tennis e basket. Forse diventerà un grande regista e il calcio si trasformerà in un lavoro socialmente rilevante e ben remunerato. Del resto chi sa orchestrare gli schemi di squadra e far muovere i compagni intorno a sè diventa merce rara, in uno sport che fa dell’atletismo spinto un’arma decisiva. Ma questo è nel grembo del futuro. Nel frattempo il ragazzone (181 centimetri per 73 chili) s’impegna pure sui libri, con la volontà di mantenere aperta un’altra strada, grazie ai frutti che nascono dallo studio. Perché sognare è bello, ma chi cresce nel pragmatico Nordest sa che alla fine bisogna sempre saper fare i conti con la realtà.
Alberto, com’è cominciato tutto?
«È successo a 5 anni, nella compagine dei Primi calci dell'Unione Smt - racconta -. Poi ho partecipato con alcuni amici del paese a un camp estivo organizzato dall'Udinese. Lì sono stato scelto per il vivaio, che ai tempi era quello del Donatello».
La svolta?
«Dopo un anno mi ha chiamato direttamente l'Udinese. In bianconero sono rimasto per tre stagioni, finendo la trafila dei Giovanissimi».
 A quel punto sono entrati in ballo gli osservatori dei grandi. Cosa è scattato?
  «Mi sono arrivate diverse proposte, comprese quelle da parte di Fiorentina, Milan e Juventus. Io e la mia famiglia abbiamo scelto i viola, sia per il progetto complessivo che mi hanno presentato i dirigenti della società dei Della Valle, sia perché abbiamo reputato che città e squadra avessero una dimensione umana migliore».
 Il bilancio di questi 12 mesi passati negli Allievi nazionali?
  «È stato un anno particolare. L’avvio era stato molto promettente, con la partecipazione ai raduni degli azzurrini di Coverciano e al torneo Under 16 di Latina, dove avevo totalizzato tre presenze in tre gare. A dicembre ho però subito un primo infortunio. Mi ha tenuto lontano dal campo per oltre 100 giorni».
 E poi?
   «Al rientro, dopo due sole settimane mi sono strappato. Così sono stato fermo di nuovo. Al terzo tentativo un altro problema fisico non mi ha permesso di rispondere all'ultima convocazione della Nazionale».
 Una catena negativa d’intrecci che ricorda da vicino le ultime vicissitudini del Milito interista. Il bilancio?
 «Positivo. Nel complesso, nonostante tutto, le mie presenze fra gli Allievi viola 2010-11 sono state una ventina».
  Scoraggiato?
 «Per niente. Sono un tipo molto tenace. E poi il lavoro paga».
 A proposito: il giudizio degli addetti ai lavori sul Rosa Gastaldo giocatore?
«Dicono che io abbia un'ottima visione di gioco e un importante bagaglio tecnico».
Ma c’è anche un "lato B"?
 «Sì. Sostengono pure che ho delle "pecche" caratteriali, per esempio la mia testardaggine, che dovrei correggere».
 Frutto di un carattere montanaro?

'Non saprei, a meno che riaffiori da geni antichi. Io sono cresciuto a Travesio, ma ci siamo trasferiti presto a Maniago».
L’idolo calcistico?
«Il giocatore italiano che più ammiro, nonostante la mancanza d’identificazione con il mio ruolo di centrocampista, è il capitano della Juventus, Alessandro Del Piero. Per me lui è un atleta e un uomo eccezionale».
 In campo europeo?
 «Due spagnoli che fanno girare intorno alle loro geometrie tutta la squadra: Andres Iniesta del Barcellona e Cesc Fabregas dell’Arsenal. Grandi entrambi».
La scheda delle doti individuali?
 «Destro 8, sinistro 7, testa 6.5, tasso agonistico 8».
  Non si può dire che manchi la convinzione nei propri mezzi. Giusto?
 «Si può e si deve migliorare sempre».
Quando si sono giocate le due partite tra le Zebrette di Pozzo e la Fiorentina di Mihajlovic, per chi ha fatto il tifo Alberto Rosa Gastaldo?
 «Nessun dubbio. Da buon friulano, in queste occasioni sostengo sempre i bianconeri di Guidolin. Il motto nel cuore è Alé Udin».
 Capitolo scuola: come vanno le cose pensando all’esame di maturità?
 «Frequento un istituto per geometri. Come sperimentano tutti coloro che come me sono impegnati nello sport a livello professionistico, ottenere un diploma diventa doppiamente duro».
  In che senso doppiamente?
  «Gli allenamenti intensi non si abbinano bene ai libri di testo e alle necessità di concentrazione, metodo e continuità che sono tipiche delle scuole superiori. Tuttavia rimane molto importante non mollare né su un fronte né sull’altro. Perché studiare ti abitua a ragionare con la tua testa e apre comunque le porte ad altre opportunità».
 Per chi tifa Alberto Rosa Gastaldo, a parte i Pozzo boys?
 «Il colore è lo stesso: la Juve. Invece mio padre è pro Udinese e mia mamma interista accanita».
Nell’attesa della serie A e del derby del cuore, in casa dei Rosa Gastaldo si vive a pieno titolo quello bianconerazzurro d’Italia.