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Mai visto il film “Sliding doors”?
La stagione 2014-2015 della Fiorentina potrebbe essere stata scritta dallo stesso sceneggiatore. In uno dei tornei tecnicamente più modesti del dopoguerra, la squadra viola ha arrancato in campionato fino a gennaio, per poi salire vertiginosamente di rendimento nei mesi invernali, salvo crollare fragorosamente fra  aprile e maggio quando le sconfitte interne a ripetizione in campionato, lo sciagurato ritorno in Coppa Italia con la Juventus e la disfatta col Siviglia  in Europa League hanno macchiato indelebilmente la stagione.
Il bilancio, guardando i numeri, non è negativo: 4° posto in campionato, semifinali di Coppa Italia e Coppa Uefa, non sono da buttare. Ma se consideriamo la concorrenza per il secondo posto  (Roma e Lazio sono andate a corrente alternata e hanno chiuso con 70 e 69 punti), la situazione di grande vantaggio in Coppa Italia creatasi dopo la partita di andata (2-1 a Torino) e il primo tempo di Siviglia (due occasioni colossali fallite da Gomez e Mati), il bilancio poteva essere senz’altro più pingue.
Pesa, sulla gestione ultradecennale dei Della Valle, la carenza di vittorie, quella sensazione di “vorrei ma non posso” che in molti a Firenze stanno cominciando a pensare sia in realtà un “potrei ma non voglio”.
Le condizioni parevano esserci tutte. Come dicevamo in un nostro articolo di febbraio, la Fiorentina non può più nascondersi e sarebbe sportivamente delittuoso lasciarsi scappare un’occasione come quella attuale. Ma sembrano essere mutate drasticamente le prospettive. Dopo un inizio di annata da separati in casa con l’ambizioso aeroplanino che già dalla scorsa estate manifestava malumore, il mercato di gennaio aveva fornito lo spunto per un ritorno di fiamma con la splendida operazione Cuadrado-Salah  (una sorta di replica di quella Nastasic-Savic di qualche stagione fa) e gli arrivi di Diamanti e Gilardino a costo zero.
Operazioni vincenti, a voler ben indagare, non frutto di una strategia ma di acrobazie dei direttori sportivi, spesso tenuti a guinzaglio dalla proprietà. La vittoria in Europa League o, ancor più, l’ingresso in Champions avrebbero dato quella nuova linfa (finanziaria) che i proprietari da tempo stentano a fornire. La mancanza dei risultati, traducendosi in minori introiti, ha cambiato pesantemente le carte in tavola.
L’allontanamento prima di Macia, poi di Montella, la posizione sempre in bilico di Pradè, e la maggior centralità di Mario Cognigni sembrano cozzare con le ambizioni dei tifosi.
L’ormai certo arrivo Paulo Sousa (dal 2008 al 2014 solo comparsate fra premier league e campionati europei minori, condite da diversi esoneri: poi la vittoria nel campionato elvetico alla guida del Basilea, al 6° (!) scudetto consecutivo), le voci di calata in massa di giovanotti dalla confederazione, condite dal colpo (?) di Goran Inler, trentunenne ai margini del Napoli per tutta la scorsa stagione, il “braccino corto” che dopo Neto pare allontanare da Firenze due dei migliori giovani talenti del campionato (Babacar e Bernardeschi), le insistenti avances nerazzurre nei confronti di Salah, non depongono a favore della crescita. E dato che un ridimensionamento stile Udinese non pare interessare nessuno, l’ipotesi potrebbe essere quella dell’uscita.
Perché non puntare, altrimenti, su profili di primo livello (Spalletti? Mazzarri?) alla ricerca dell’agognato trofeo, o su figure meno prestigiose ma in grado di rilanciare il progetto (Donadoni? Ventura? Sarri?) e ricreare un ciclo, magari partendo dai giovani?
Cognigni, consulente aziendale oramai plenipotenziario, potrebbe essere una sorta di “sales manager”, incaricato di sfruttare i buoni uffici di Pradè sul mercato per valorizzare i pezzi più richiesti.
Ma chi è questo commercialista marchigiano di 56 anni, che dal 2011 ricopre il ruolo di presidente della Fiorentina dopo l’uscita di Andrea Della Valle. Dichiaratamente di fede interista, così rispondeva ad un’intervista alla Repubblica rilasciata qualche anno or sono. «Dall´85 faccio parte di uno studio di commercialisti con sede a Civitanova Marche. La mia collaborazione con il gruppo Della Valle è iniziata proprio in quell´anno, mi occupo di consulenza fiscale ed amministrativa e partecipo alla gestione di alcune società del gruppo. Una di queste è la Fiorentina». 
Perché anche il calcio?
«Forse perché le mie conoscenze del mondo del calcio erano migliori rispetto agli altri professionisti che stavano iniziando con noi questa avventura. Capivo un po´ meglio i funzionamenti avendo rivestito un ruolo sicuramente di minore importanza e più marginale nella società di calcio del mio paese, la Vis Civitanova ». 
All´inizio il suo ruolo era più defilato, poi cosa è cambiato?
«I miei impegni non mi permettevano di dedicare più tempo al calcio, ma quando abbiamo dato una struttura organizzativa più consona a una normale azienda, allora si è ritenuta indispensabile una mia maggiore partecipazione all´interno della società».

In poche righe c’è tutto: esperto di consulenza fiscale e amministrativa, la Fiorentina è una delle società del gruppo, l'esperienza nella Vis Civitanova, peraltro con ruoli più marginali, la squadra definita come una normale azienda.
Insomma se la palla è rotonda la partita doppia lo è molto meno.
Che i nuovi obiettivi siano quelli di primeggiare nel redivivo derby dell’Appennino? Per come pare muoversi la società felsinea, pronta a sfruttare i dollari canadesi del nuovo proprietario Joey Saputo, considerato il sesto uomo più ricco del Canada con la sua azienda che oggi capitalizza oltre 9 miliardi di euro contro gli attuali 2,5 miliardi della Tod’s, non è detto che sia una passeggiata!
 
Attilio Rapaci