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La data cerchiata in rosso sul calendario della Serie A nell’armadietto di Franck Ribéry è quella di sabato, l’11 dicembre. La Salernitana farà visita alla Fiorentina in occasione della diciassettesima giornata di campionato, e per il francese sarà il ritorno nello stadio che ha ospitato le sue giocate per due stagioni. Tornerà tra gli applausi del pubblico fiorentino, dal quale ha saputo farsi amare pur con una pandemia a svuotare gli spalti per gran parte della sua permanenza. Ma tornerà anche con un carico di rimpianti per com’è andata a finire, e la voglia di dimostrare che tutto sommato uno come lui poteva essere ancora utile alla causa.
 
LUCI E OMBRE – Ribéry alla Fiorentina, non sembra neanche vero: è l’agosto del 2019, da pochi giorni Luca Toni ha consigliato a Pradè di fare un pensierino al suo grande amico, che si era svincolato dal Bayern Monaco. La trattativa non è neppure particolarmente difficile, il campione francese è affascinato dalla città e dal nuovo progetto di Commisso. In ventimila accorrono al Franchi per accoglierlo, sembra di tornare ai tempi di Mario Gomez. E Franck non tradisce le aspettative: è il giocatore del mese di settembre, protagonista con gol, assist e giocate a profusione che mettono in ginocchio Atalanta e Milan. Memorabile in modo particolare la vittoria per 1-3 sul campo dei rossoneri, con tutto il Meazza in piedi per omaggiare la sua uscita dal campo. Poi, però, la Fiorentina cala nel rendimento, e anche Ribéry entra in un tunnel negativo. Saranno quindici le partite saltate nei successivi quattro mesi, che diventeranno sette per via del lockdown imposto dalla pandemia. Una squalifica di tre turni rimediata a fine ottobre per condotta irriguardosa nei confronti di un assistente arbitrale dopo Fiorentina-Lazio, due partite in campo e poi il crac alla caviglia sull’entrata di Tachtsidis nella sconfitta interna contro il Lecce. La presenza successiva sarà a giugno inoltrato, contro il Brescia, e la squadra, nel frattempo piombata in una crisi nera e affidata a Beppe Iachini, si salverà agevolmente mostrando una discreta solidità difensiva.
 
REGALO D’ADDIO – Va un po’ meglio la seconda (e ultima) stagione fiorentina, non tanto a livello di classifica con un anonimo tredicesimo posto, quanto a livello personale, con una maggiore continuità in campo, acciacchi fisici meno gravi e tanti assist per mandare in porta quella che si può considerare la migliore opera dell’artista Ribéry a Firenze: Dusan Vlahovic. Perché è vero, il merito deve essere spartito tra il ragazzo stesso che non ha mollato dopo un avvio di campionato tremendo e tante panchine, Iachini che si è opposto alla sua cessione e Prandelli che gli ha dato fiducia in maniera incondizionata, ma al club dei padri del fenomeno Vlahovic che tanto ci sta appassionando in campo e in vista delle prossime finestre di mercato si deve iscrivere anche Franck Ribéry. “Mi ha dato fin dall’inizio tanti consigli pratici, sul campo, ma mi ha dato una mano anche fuori. Quando ero giù di morale, lui mi parlava dicendomi di non mollare. È stato così che ho capito cosa significhi essere un campione sul rettangolo verde e nella vita. E Franck lo è, gigantesco ovunque”, ha detto il giovane attaccante serbo al Corriere dello Sport lo scorso marzo. "Per me è stato come un fratellino. È un ragazzo che ha ascoltato i miei consigli e sono il primo ad essere felice per il suo rendimento. Ha attraversato anche dei momenti duri e io l'ho aiutato dandogli qualche consiglio su come allenarsi e come lavorare giorno dopo giorno. Al campo si è sempre comportato molto bene ed è sicuramente da ammirare per questo", la risposta da parte del francese al momento della firma con la Salernitana. Già, perché a fine stagione 2020-2021 è arrivato inesorabile il momento di dirsi addio.
 
BILANCIO – 5 gol e 10 assist in 50 presenze per 8 milioni di stipendio complessivo in due anni, ben 26 gare di campionato saltate su 76, cinque giornate di squalifica tra espulsioni e somma di ammonizioni. Snocciolati così, i numeri di Ribéry alla Fiorentina non sono certo esaltanti. Ma tra la crescita di Vlahovic, i pezzi di bravura regalati in campo (il gol a Torino contro i granata, l’assist per Chiesa a San Siro contro l’Inter solo per citarne un paio) e la consapevolezza, per tutti i tifosi fiorentini, di aver avuto in squadra un fenomeno del genere, pur al tramonto della sua scintillante carriera, non si può assolutamente guardare al francese come ad un flop. Magari, col senno di poi, hanno avuto ragione i dirigenti gigliati a non rinnovargli il contratto, visto quello che chiede Italiano ai suoi esterni, ma i modi, a sentire il giocatore, avrebbero potuto essere migliori: “È stata dura perché nelle ultime tre-quattro settimane non ho sentito nessuno, nessuno mi ha chiamato e questo vuol dire che mi hanno mancato un po’ di rispetto” – le parole rilasciate in estate a Toscana TV. “Mi è sembrato che questi due anni in cui ho dato tutto non siano stati così riconosciuti”. Questo avvelena sicuramente un po’ il dente di Ribery, atteso sabato da titolare per cercare il primo gol con la maglia del Cavalluccio, alla disperata ricerca della salvezza e di una nuova proprietà che permetta di inseguirla. E per riabbracciare finalmente, a prescindere da come andrà la partita, quei tifosi che lo hanno tanto adorato negli ultimi due anni abbondanti.