Liberi fischi, in libera piazza”: era questo uno slogan caro a Sandro Pertini. Ma se è lecito esprimere il proprio dissenso in piazza, riteniamo che sia lecito anche criticare quel dissenso. E’ il caso, per esempio, dei fischi indirizzati a Papa Bergoglio dai presenti al comizio di Milano, tenuto da Matteo Salvini. Se si fischia perfino il Papa, figuriamoci cosa può succedere nel mondo del calcio, dove il fischio è di casa. In attesa di vedere i leghisti ( o chi per essi ) minacciosi a San Pietro, la piazza calcistica torna prepotentemente fuori dagli stadi.

Parecchi tifosi si sono riuniti per contestare vivacemente le società della Roma e della Fiorentina. Come spesso capita, una scintilla propaga poi l’incendio, ma, in entrambi i casi, i covoni di fieno secco da infiammare erano cresciuti a dismisura. Il caso De Rossi (che sarebbe stato offeso dalla società perché quest’ultima aveva accettato la proposta del giocatore di essere pagato a presenze in campo) ha dato fuoco alle polveri. La possibile retrocessione in B della Fiorentina ha sollevato i tifosi viola. Ma, fra le differenze, ormai da troppo tempo le Presidenze delle due società sono invise a gran parte dei tifosi, non solo dei più appassionati. E non solo per i miserandi esiti registrati.

Prima di tutto sia Pallotta, sia i Della Valle hanno brillato per la loro assenza
. In secondo luogo esibiscono indifferenza al calcio e desiderio sfrenato (altrettanto frustrato) per il lucro. Una specie di miscela esplosiva che deflagra quando i risultati non sono poi all’altezza delle aspettative. Un po’ come la fame per la rivolta del grano. Ma è l’atteggiamento, la politica societaria, l’assenza d’appartenenza che “ancor offende”.

Pallotta da sempre, è stato percepito più come il Presidente dello stadio che come il Presidente della A.S. Roma. E se sono state le pastoie italico-capitoline (con il tira e molla della nuova amministrazione comunale, i problemi giudiziari del costruttore Parnasi ecc.) a renderlo un Don Chisciotte alle prese coi mulini a vento, il resto è tutta farina del suo sacco: della sua lontananza, fisica e mentale, della convinzione che il calcio italiano sia come la pallacanestro statunitense, dell’incertezza a stabilire una catena di comando societaria degna di questo nome. E, ogni volta, per placare il Colosseo ruggente, Pallotta, o chi per esso, tira fuori il solito asso comunicativo, il massimo gladiatore della modernità: Massimo Decimo Totti.

Diego Della Valle, fin dall’inizio, s’è mostrato poco entusiasta a rilevare la Fiorentina. Non lo ha fatto, come dicono le malelingue, per trovare una collocazione al fratello più giovane, ma perché attratto dalla chimera commerciale: quella “cittadella viola” sempre agognata e mai realizzata. Anche per la Fiorentina s’è trattato d’un governo a distanza, neghittoso, quando non sprezzante, con controfigure quasi sempre non all’altezza di qualsivoglia governo. Diciamo pure che le società calcistiche sono aziende, ma non sarebbe meglio dire che sono anche aziende? Non c’è una differenza fra produrre scarpe e gestire “colori” che hanno valori simbolici, d’appartenenza, di competizione sportiva? I Della Valle sembrano non aver capito o meglio sentito questa differenza. E ora sono prigionieri della loro indifferenza o del loro cinismo.

La piazza, già... la piazza. Quando Renzo s’imbatte nella folla affamata all’assalto del forno delle Grucce, pensa “come può voler distruggere un forno chi vuole il pane?” In quel caso non si tifava, ma la contraddizione (comprensibile) resta: spesso si va contro ciò che si ama. Per amore.