126
Da quanto tempo sentiamo e diciamo che gli allenatori italiani sono i migliori e che una scuola come quella di Coverciano non esiste nel resto nel mondo?

Lo diciamo da tempo e ci crediamo pure, tanto che l’affermazione è diventata un mantra, se non addirittura un dogma. Eppure un piccolo bagno di umiltà o un aggiornamento della realtà non ci farebbero male.

Prendiamo l’attuale e anomala edizione della Champions League che vede due squadre francesi (ma la Ligue 1 non era un campionato ridicolo?) e due tedesche (ma la Bundesliga non era noiosa?) in semifinale. La sorpresa non è solo constatare quali allenatori siano stati eliminati (Simeone e Guardiola per esempio), ma anche scoprire che tre tecnici su quattro sono tedeschi: Hans-Dieter Flick del Bayern, per me favorito, 55 anni; Thomas Tuchel, del Paris Saint-Germain, 47 anni; Julian Nagelsmann, del Lipsia, 33 anni. Il quarto è Rudi Garcia ed è l’unico che, pur essendo francese, c’entri qualcosa con l’Italia per aver allenato la Roma.

Forse è un caso, ma se pensiamo che anche Jurgen Klopp, ultimo vincitore della Champions, è tedesco, un minimo di riflessione è necessaria.

Sinceramente credo che in Germania abbiano studiato molto gli italiani (lo ha ammesso proprio Klopp) elaborando a loro volta principi e sistemi di gioco che ci hanno soppiantato. Il calcio tedesco, pur non essendo sempre spettacolare, è un calcio solido e con connotati di visionarietà. Far attaccare contemporaneamente i due esterni bassi, in passato sarebbe stata vissuta come un’eresia o un attacco all’equilibrio. Invece non solo Klopp persevera, ma - come abbiamo verificato nel Siviglia - Lopetegui si permette di emularlo.

Il gegenprerssing, poi, è uno sviluppo del pressing ed è un’invenzione di Klopp che, spesso, ha adottato anche Guardiola. Al di là del forestierismo linguistico, il gegenpressing altro non è che lo scalare in avanti una volta che la palla si è persa, un modo energico per tornarne in possesso e per ricominciare l’azione più vicini alla porta avversaria.
Ecco, in questo senso, la scuola italiana sta dimostrando una certa pigrizia. Non che manchino gli esempi positivi, manca il capobranco, un uomo che incarni il cambiamento e lo porti ai massimi livelli come fu con Arrigo Sacchi

I giovani, dunque, sono bravi, hanno idee innovative, ma sono confinati ai margini. Perciò da noi, non solo non lavora un allenatore di serie A che abbia 33 anni e conduca la sua squadra in semifinale di Champions, ma manca anche il leader di un progetto personale che faccia da traino al movimento.

Certo, nessuno è perfetto. Tuchel, se non arriva almeno in finale, verrà presumibilmente licenziato dal Paris Saint-Germain e, rispetto ai suoi anni in patria, si è dovuto molto adattare ad un gruppo di campioni refrattari alle sue idee tattiche.

Nagelsmann, nonostante gli impropri paragoni con Mourinho, non ha ancora allenato e vinto abbastanza per ritenersi maturo per pressioni più pesanti

Flick è il tipico ex calciatore che ha imparato in fretta l’importanza dell’albo d’oro e non concede nulla all’avversario, travolgendolo con la forza di un gruppo in cui tecnica, chili e centimetri si fondono. 

Qualcosa di nuovo brilla sotto il cielo di Germania. Forse la Coppa più importante, forse un altro modo di studiare e imparare calcio in una trasmissione di conoscenze che è cultura comune di un popolo di calciofili.
In questo quadro si staglia Ralf Rangnick l’uomo che ha insegnato a tutti i tedeschi e che in Italia il Milan ha scartato dopo averlo eletto a capo di una rivoluzione che sarebbe stata intrigante. Purtroppo non ha scelto solo il club, ma soprattutto la pancia dei tifosi. Il problema non è averne tanti o pochi, ma assecondarli come se fossero loro a decidere se andare avanti o restare fermi.