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Volge al termine una settimana in cui è successo di tutto nel mondo del calcio e soprattutto nel Milan. 7 giorni fa i rossoneri sentivano vicinissimo il tanto agognato ritorno in Champions League. Un traguardo sportivo, ma soprattutto un tentativo di inversione di tendenza a livello economico con l’obiettivo di risollevare il bilancio più “rosso” d’Europa (-197 milioni nel 2019/20) e di tornare a far crescere un fatturato in caduta libera (5 anni fa il Milan era nella Top 10 continentale, adesso è sprofondato al 30esimo posto). Poi nella notte è esplosa la “bomba” Superleague che, a detta dei fondatori e secondo il comunicato di Gazidis, era nata proprio con l’obiettivo di risollevare i conti dei 12 club europei alle prese con grandi difficoltà economiche. Guardandola dall’ottica del Milan, in pratica, la società di via Aldo Rossi stava per abbandonare la Champions League proprio quando si trovava a un passo dal tornarci dopo 8 anni. Succede poi che il progetto Superlega venga disintegrato a nemmeno 24 ore di vita e che il Milan abbozzi un comunicato in cui si dice tutto e niente, un comunicato in cui il solito Gazidis prova ad allinearsi al messaggio dei suoi ex colleghi inglesi (ma perché l’Arsenal non se l’è tenuto?), ma contemporaneamente si guarda bene dal tradire il “patto di sangue” sancito con Andrea Agnelli (chissà da dove nasce questo indissolubile legame con la Juve?). Proprio quel comunicato ambiguo induce Paolo Maldini a mandare ai milanisti un messaggio chiaro, l’unica nota lieta di una settimana paradossale, in cui palesa per l’ennesima volta la sua totale distanza dalle scelte della coppia Scaroni-Gazidis. Il “capitano” è l’unico esponente del calcio “latino scissionista” che si scusa per la Superleague, cosa che invece hanno fatto tutti i club britannici.

Dunque, nella giornata di mercoledì, il Milan non lascia la Superleague che nel frattempo muore appena nata e perde una partita già vinta, che rimette pesantemente in discussione la corsa alla qualificazione alla prossima Champions. In pochi giorni Gazidis passa dai 350 fantamilioni della Superleague a rischiare di non incassare nemmeno i 40 dell’ingresso in Champions. E, dettaglio non da poco per un club che prova disperatamente a ricostruirsi immagine e credibilità, riesce a inimicarsi le istituzioni e tutti i colleghi della Serie A (tranne il solito Agnelli). Invece nei rapporti con l’Uefa non cambia nulla perché, con la nomina di Zorro Boban come braccio destro di Ceferin, Gazidis aveva già ampiamente conquistato la palma di “avversario numero uno” della massima istituzione calcistica continentale. Quindi, ricapitolando, in poche ore il Milan passa dal tornare ad aumentare i propri ricavi grazie alla Champions a sognare addirittura i 350 fantamilioni annui della “Super” e finisce a ritrovarsi con un pugno di mosche in mano. Con un timing invidiabile, per festeggiare questa infausta settimana, sempre il solito Gazidis pensa bene di mandare un chiaro messaggio a tutto il mondo del calcio: “Volevate fondare la Superleague per aiutare i club indebitati? E noi vi rispondiamo rinnovando il contratto di un 40enne a 7 milioni annui, senza aver nemmeno la certezza di entrare in Champions!”.
Paolo Maldini si sta arrovellando il cervello per uscire dal labirinto di mercato che avvolge il suo Milan. Tra pesantissimi parametri zero (Donnarumma e Calha), riscatti esercitabili a cifre altissime (Tomori, Diaz e Dalot), contratti da rinnovare per forza (Mandzukic), riscatti sulla carta opzionali, ma in realtà obbligatori (Tonali e Meité) e giocatori prossimi alla scadenza (Kessié, Calabria e Romagnoli), l’urgenza era davvero quella di far firmare Ibra cedendo subito alle sue condizioni? Che fretta c’era? Quali alternative aveva Ibra? Chi poteva portarlo via dal Milan a 7 milioni annui? Non si poteva almeno attendere l’aritmetica conquista della Champions League?

La settimana paradossale del Milan si chiude oggi con la certezza che lo svedese salterà proprio la partita-chiave per raggiungere il fatidico obiettivo stagionale. La quota Champions infatti è di 78-79 punti e per raggiungerla i rossoneri devono vincere almeno 4 partite su 6 (quindi contro Lazio, Benevento, Torino e Cagliari) a meno che non si voglia essere costretti a far punti in casa delle dirette concorrenti Juve e Atalanta. Quella di Roma sarà la 48esima partita della stagione rossonera e Ibra ne ha giocate 25, praticamente la metà. Oltretutto con una differenza di rendimento palese: 10 gol nelle prime 9, 6 nelle altre 16. E guarda caso il progressivo calo di rendimento e di presenze dello svedese è coinciso con un girone di ritorno non certo da Champions League. I soliti pasdaran ci diranno: “Visto? Senza Ibra, il Milan non vale granché e allora è giusto rinnovargli il contratto a 7 milioni”. Eh ma purtroppo non è così. Perché se a 39 anni Ibra ha giocato metà delle partite per problemi muscolari, è logico e fisiologico pensare che a 40 anni ne farà ancora meno. Tanto più che quest’estate, per non farsi mancare nulla, giocherà anche l’Europeo e, dulcis in fundo, come confermato dal CT svedese, punta a disputare anche il Mondiale in Qatar. Il Milan dunque rischia tantissimo ad affidare il proprio attacco a uno che nella migliore delle ipotesi giocherà il 50% delle partite. E la mozione della gratitudine per quello che ha fatto nell’ultimo anno e mezzo non vale, perché per un club che lamenta “rossi” da record la programmazione deve valere più della riconoscenza. In tutto questo non si riesce a capire come mai si concedono 7 milioni al 40enne Ibra che non ha mercato di alto livello, mentre si rischia di perdere per 2 milioni di ingaggio un 22enne la cui cessione potrebbe fruttare nel breve una colossale plusvalenza. Non a caso, quasi due anni fa, Boban premeva forte per rinnovare Donnarumma a 8 milioni a stagione, trovando però l’opposizione del solito Gazidis. A proposito, ma il sudafricano potrebbe spiegarci se nel “patto di sangue” con Andrea Agnelli è previsto che la Juventus porti via al Milan a parametro zero il miglior patrimonio tecnico ed economico dei rossoneri?