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Tutto nel 1938 faceva pensare alla guerra. La corsa al riarmo procedeva più spedita che mai, le sanzioni inflitte dalla Società delle Nazioni all'Italia fascista rendevano sempre più saldo l'abbraccio mortale tra Mussolini e Hitler, in Spagna infuriava la guerra civile e in Italia l'antisemitismo e il razzismo diventavano legge. Per fortuna, però, si giocava anche al pallone e in una Francia dilaniata dalla crisi economica venne disputata la terza edizione della Coppa del mondo.

VENTI DI GUERRA - Nel 1938 tutta Europa era spazzata da un vento freddo di antisemitismo e violenza. In primavera il plebiscito in Austria spalancava le porte all'annessione dell'Austria alla Germania. Con l'Anschluss la Germania nazista inglobava l'Austria con ricadute che, tra le altre, investivano anche il calcio. L'Austria in quanto tale smetteva di esistere e diventava provincia del Terzo Reich, i migliori giocatori austriaci venivano dunque trapiantati nelle fila della Nazionale tedesca. Hitler in quell'anno allargava gli orizzonti espansionistici non solo all'Austria ma anche ai Sudeti. Tutto nel 1938 faceva propendere per la guerra, paradossalmente il sospiro di sollievo che la pace raggiunta a Monaco fece tirare al mondo intero fu solo un istante di falsa quiete prima della drammatica tempesta che da lì ad un anno avrebbe sconvolto il mondo.

LO SPORT NUOVO - Che i tempi stessero cambiando lo si scorgeva un po' in tutti i settori. Anche lo sport non restava immune da questa tendenza. Con la seconda metà degli anni'30 Germania e Italia furono le nazioni capofila di un movimento che tendeva a modificare lo status quo politico-sportivo delle principali organizzazioni internazionali. Ne fornisce un interessate quadro un lungo articolo apparso un paio di anni più tardi su La Gazzetta dello Sport a firma del capo ufficio stampa del C.O.N.I. Bruno Zauli che cerca di spiegare come dovrà essere strutturata l'organizzazione sportiva internazionale una volta terminata vittoriosamente la guerra a favore dei Paesi dell'Asse. In breve, Zauli spiega che per quanto riguarda il passato occorre “demolire la struttura dello sport internazionale così come era in vigore prima del 3 settembre 1939 (…), un sistema che era tipicamente rappresentato dall'organizzazione nazionale dello sport francese”. Tutta l'organizzazione sportiva internazionale futura dovrebbe dunque essere ispirata “dallo spirito del fascismo e del nazional-socialismo” dotando le singole Federazioni di un più incisivo grado di autorità nel dirigere le attività federali, superando l'epoca dei congressi animati da soggetti – a detta di Zauli – privi di carisma, autorevolezza e capacità. Un progetto di “sport nuovo” che in un'ottica di aderenza ai principi dell'Asse avrebbe quindi dovuto arrivare a “demolire il principio egalitario nelle assemblee internazionali”, non essendo “affatto vero che tutte le Nazioni sono uguali e che contano ugualmente sulla direzione dello sport internazionale” occorrendo “applicare una più alta giustizia sportiva ed assegnare a ciascuno il rango che gli spetta”. Insomma, senza dilungarci troppo, i regimi autoritari che animavano la scena politica internazionale nella seconda metà degli anni'30 avevano ben chiaro il tema di una profonda riforma dello sport da attuare a loro immagine e somiglianza.

È, quindi, in questo clima di forte turbolenza politica che il calcio si appresta a celebrare la terza edizione della Coppa del mondo.

FRANCIA 1938 - Già durante il Congresso FIFA del 1936 nel momento dell'assegnazione della terza edizione della Coppa del mondo ci sono scintille. Si scontrano le candidature di Argentina e Francia: l'Argentina è sostenuta dai Paesi latinoamericani, ma la Francia ha uno “sponsor” davvero potente in Jules Rimet. Rimet aveva avanzato la candidatura della Francia ipotizzando di organizzare la Coppa del mondo durante l'Esposizione Universale di Parigi del 1937. Come mettono in evidenza Riccardo Brizzi e Nicola Sbetti nel loro volume Storia della Coppa del mondo di calcio (1930-2018) il problema della candidatura francese era dato sia dalla mancanza di impianti ritenuti all'altezza della manifestazione, sia dalla rilevante instabilità socio-politica della Terza Repubblica. Fatto è che Rimet riuscì ad avere la meglio e i delegati FIFA assegnarono l'organizzazione della Coppa del mondo alla Francia. Detto che la politica francese e in particolare i socialisti troppo tardi colsero l'importanza dell'evento, la Federazione francese fronteggiò pressoché da sola i costi e l'organizzazione dell'evento.

L'edizione francese del 1938 vide alcune importanti defezioni nel lotto della partecipanti, come leggiamo dal volume di Stefano Bedeschi Alla conquista della Francia. Alla Coppa del mondo 1938 non partecipò la Spagna, che dal 1936 era teatro di una sanguinosa guerra civile. L'Argentina ritirò la propria partecipazione in conseguenza della mancata assegnazione dell'organizzazione, così come non partecipò neppure l'Uruguay, ancora alle prese con il “terremoto” del professionismo. Altra assenza di peso era quella dell'Austria. Infatti in Francia mancò anche il Wunderteam: con l'Anschluss nazista l'Austria aveva cessato in primavera di esistere come nazione e di conseguenza la Nazionale scomparve. Le qualificazioni risentirono dunque di questo clima, tanto che in Sudamerica non venne giocato nessun incontro e le uniche due iscritte – Brasile e Cuba – vennero ammesse entrambe.

Ammesse di diritto la Nazionale campione in carica e quella rappresentante il Paese ospitante, il 4 giugno Germania e Svizzera inaugurarono la competizione con un inaspettato pareggio, che diventò nella ripetizione una clamorosa sconfitta per i favoriti tedeschi. La Germania nazista, irrobustita dai migliori elementi austriaci, era considerata una delle favorite al titolo, ma non andò oltre il primo turno.
Se, come abbiamo detto, la politica francese si tenne lontana dall'organizzazione della manifestazione, il sentimento popolare antifascista si fece sentire eccome nei confronti della Nazionale di Pozzo sin dal suo arrivo a Marsiglia. L'Italia in un clima di forte contestazione negli ottavi vinse, non senza difficoltà, contro la Norvegia per quindi scontrarsi nei quarti proprio contro i padroni di casa. La sfida tra Italia e Francia fu vinta dai ragazzi di Pozzo che per l'occasione giocarono con una divisa completamente nera, vissuta dal pubblico francese come una insopportabile provocazione.

VINCERE O MORIRE - In semifinale l'Italia eliminò il Brasile di Leonidas e Domingos da Guia, i due giocatori di colore che alla fine del torneo furono eletti migliori giocatori. Leonidas “aveva la stazza, la velocità e la malizia di una zanzara”, Domingos da Guia era il difensore solido e dai piedi educati “A est la Muraglia Cinese, a ovest Domingos da Guia”, come sintetizza alla perfezione Eduardo Galeano nel suo imprescindibile Splendori e miserie del gioco del calcio.

Mussolini voleva la vittoria, visto l'utilizzo politico e propagandistico che il regime faceva dello sport, come abbiamo avuto modo di spiegare nella puntata precedente. Negli anni si è spesso fatto riferimento anche ad un telegramma del duce che sarebbe stato spedito in Francia al capitano degli Azzurri, ma la realtà dei fatti è che la squadra italiana era davvero la più forte di quel torneo e la sua forza la fece vedere anche in finale.

L'Italia il 19 giugno allo stadio Colombes di Parigi vince grazie alle doppiette di Colaussi e Piola 4 a 2 sull'Ungheria, confermandosi ancora una volta Campione del mondo, contribuendo ancor più alla celebrazione della superiorità italiana da parte del regime.

Il mondiale francese suggella così il decennio d'oro del calcio italiano che con la Nazionale vince due Coppe del mondo, un oro olimpico e due edizioni della Coppa Internazionale e con il Bologna vince due Coppe dell'Europa Centrale e il prestigioso Torneo dell'Esposizione Internazionale del 1937.


(Alessandro Bassi è anche su http://storiedifootballperduto.blogspot.it/)