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Con il pallone fermo chissà ancora fino a quando tornano d'attualità antiche questioni mai chiarite. Argomenti secolari di un calcio che non c'è più. Vicende di scudetti contesi e di una realtà storica probabilmente differente da quella raccontata dagli albi d'oro della Federcalcio.

Con una sincronia quasi certamente involontaria due di questi dibattiti rispolverati dai cassetti della storia riguardano in prima persona e con modalità antitetiche il Genoa. Nel primo caso il Grifone figura come pubblico imputato, nel secondo di questi processi revisionistici compare invece dall'altra parte dell'aula, nelle vesti di parte lesa. Il riferimento è ai campionati del 1915 e a quello di dieci anni più tardi. Tornei entrati negli annali con due appellativi poco nobili che ne caratterizzano l'anima conflittuale della loro natura: il Campionato di Guerra e lo Scudetto delle Pistole. Già perché, forse proprio per rendere omaggio al proprio soprannome, ad oggi quei due titoli assegnati rispettivamente a Genoa e Bologna non sembrano trovare pace.

Su quello del '15 avanza da tempo pretese di ex equo la Lazio, o meglio un gruppo di suoi sostenitori riuniti in un'apposita associazione. Sull'altro, quello del 1925, è invece il Genoa da sempre a rivendicarne l'assegnazione a pari merito con il Bologna. Ogni parte in causa negli anni ha portato acqua al proprio mulino, fornendo fonti e testimonianze inedite allo scopo di riscrivere una storia tramandata in modo evidentemente sbagliato. Un'opera ricostruttiva che spesso ha generato più confusione di quella che pretendeva di eliminare. 
Premesso che in democrazia, finché non si travalicano i limiti della legge, ognuno è libero di spendere il proprio tempo come meglio crede, io personalmente faccio fatica a comprendere il senso di tutti questi sforzi. Che significato può avere essere insignito di un titolo sportivo ad un secolo di distanza? Lo sport è bello perché è fatto di emozioni istantanee, quelle provate sul campo nell'atto stesso in cui si compie un trionfo o si materializza una sconfitta. Vibrazioni che fanno sentire vivi e che sono del tutto assenti nelle carte bollate.

Un successo agonistico è completo solo quanto viene vissuto e festeggiato da chi ne è stato testimone o protagonista. Riconoscerne una paternità diversa dopo dieci decenni appare surreale, almeno quanto i caroselli di chi potrebbe avere l'ardore di festeggiarli.  L'unica conseguenza che ne scaturirebbe sarebbe quella di aggiungere un freddo numero alle bacheche di due grandi club che di certo non hanno bisogno di simili atti per nobiliare più di quanto non lo sia già la propria gloria. Anche perché a conti fatti ognuno ha i propri scheletri nei rispettivi armadi. Mettersi a rivangarli non gioverebbe a nessuno.