Al Festival del Cinema iniziato oggi a Cannes, l’Italia verrà rappresentata fuori concorso da un capolavoro della filmografia internazionale firmato dai due maestri del neorealismo, Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, e realizzato settant’anni fa. Completamente restaurato per l’occasione, l’opera “Ladri di biciclette” meriterà nuova attenzione  e lode per ciò che ebbe a significare in quanto “secondo film” di tutti i tempi per valore artistico e culturale. Un vanto inossidabile per l’immagine del nostro Paese che, negli anni immediatamente successivi alla guerra, dalle macerie era capace di far nascere fiori bellissimi.

Nella pellicola, minimalista e recitata da attori non professionisti, si racconta la storia di un famiglia del proletariato romano che combatte ogni santo giorno, in maniera onesta e leale, per la pagnotta e per salvaguardare la propria dignità sociale e civile. Antonio è un operaio licenziato dalla Breda. Maria è la moglie casalinga. Bruno è il piccolo figlio. Sopra di loro, virtualmente, si erge come protagonista la “bicicletta” ovvero il simbolo principe di quello che era lo strumento fondamentale per poter lavorare.

La bicicletta che viene rubata al protagonista proprio il primo giorno del suo nuovo impiego come attacchino. Da quel punto in avanti per Antonio e il suo bambino sempre a fianco s’inizia la via crucis per i quartieri di Roma in cerca di quel mezzo di trasporto tanto semplice quanto essenziale per il lavoro dell’uomo. Una ricerca, vana, che si concluderà in modo drammatico davanti all’ex stadio Flaminio ricostruito, dopo la demolizione, e ribattezzato temporaneamente “Nazionale” prima di diventare “Grande Toro” dopo la tragedia di Superga.
E’ nel piazzale che domina l’ingresso alle tribune che Antonio, spinto dalla disperazione che supera la vergogna di un gesto per lui innaturale, agguanta una bicicletta parcheggiata e cerca di fuggire. E’ il momento in cui, terminata la partita Roma-Modena, il pubblico sta uscendo dallo stadio. De Sica e Zavattini, per ragioni economiche, non avrebbero potuto “girare” con un numero di comparse così alto e dispendioso. Sicchè furono i tifosi giallorossi a diventare inconsapevoli protagonisti in quel lungo piano sequenza che diventerà la scena madre del film. 

Nicolò Carosio, amico dei due autori e che aveva realizzato la radiocronaca della gara, diede il segnale della fine e mentre la gente stava uscendo potè partire il “ciak”. Nessuno si era accorto della “finzione” e, proprio come volevano De Sica e Zavattini, il caso volle che il proprietario della bicicletta vedesse Antonio che si apprestava a fuggire pedalando maldestramente per l’emozione e il senso di colpa. Si scatenò, dunque, la “caccia al ladro” in una forma talmente realistica che il piccolo Bruno scoppiò in lacrime disperato quando il “padre” venne bloccato e condotto via dai carabinieri.

Un finale di rara valenza emotiva e di altissima commozione che, alla “prima”, provocò in sala un’autentica standing ovation non certo per l’arresto di Antonio ma per l’empatia trasmessa al pubblico e ai critici da quel momento di grande cinema. Tant’è, dopo aver vinto il “nastro d’argento”, il film “Ladri di biciclette” ricevette anche la preziosa statuetta dell’Oscar a Los Angeles. Un premio che, trasversalmente, si meritò anche la Roma di Fulvio Bernardini e il pubblico giallorosso per la loro partecipazione casuale ad un capolavoro senza età e senza tempo. Quasi come uno scudetto o una Champions.