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Su La Stampa, un articolo di Iacopo Jacoboni ci fa conoscere meglio lo Sheriff, squadra inserita nel girone di Champions dell'Inter. 

Non capita tutti i giorni di veder debuttare in Champions una squadra fondata da due ex agenti del KGB. Una squadra, lo Sheriff Tiraspol, che appartiene a una nazione (la Moldavia) ma vorrebbe – in pieno esprit filorusso - appartenerne a un’altra: la Transnistria, piccola fascia di terra che sta alla Moldavia un po’ come il Donbass sta all’Ucraina, regioni dove il russo è lingua di casa, che sognano forse, dopo il crollo ormai lontano dell’Unione Sovietica, di tornare a congiunersi con la grande madre Russia, o almeno gravitare nella sua orbita.

Inutile dire il destino con chi la fa sfidare: con lo Shaktar di Donetsk (appunto, Ucraina orientale).

Il calcio non è politica, dicono. Ma a volte ne ha abbastanza il retrogusto, almeno allo “Sheriff”, che ha superato le qualificazioni di Champions League e ora debutta, seguendo la gesta del suo asso, il centravanti del Mali Adama Traorè, correndo per una nazione che non c’è, la Transnistria, ma dietro tante ombre che ci sono eccome, e non cessano di allungarsi anche sui signori del banchetto Champions. 

«Non vedo molte ragioni per essere felice», ha detto il giornalista sportivo Cristian Jardan all'AFP. «La squadra rappresenta un'enclave separatista in cui dilagano corruzione, contrabbando e accordi di economia sommersa, che danneggiano direttamente il bilancio e gli interessi statali della Repubblica di Moldavia», dice Jarden. Eppure non tutti la pensano come lui. La Federazione di calcio moldava esulta, twitta «eurofantastico!».

L’Uefa è contenta, cosa vuoi che sia uno stato opaco in più o in meno, riconosciuto o no, un oligarca in più o in meno. Il piccolo problema è che il management e la proprietà dello Sheriff sembrano fare una corsa a sé, la Transinistra appunto, e dicono che il passato non è mai passato, benché l’Unione sovietica sia finita da un pezzo.

Lo Sheriff fu fondato nel 1997 a Tiraspol, sulla riva sinistra del Dnestr, da due ex agenti del Kgb Viktor Gushan e Ilya Kazmaly, in piana Transinistria, una terra cha ha una sua bandiera, una sua moneta (il rublo transinistro) e un governo che, concedendosi un qualche ammiccamento, si autodefinisce “Soviet Supremo”. 

Potere dell’understatement. Siamo in uno stato che, secondo i suoi critici, non ha fermato alcune delle attività illecite più fiorenti d’Europa, contrabbando di sigarette, traffico di droga, e uno dei depositi d’armi più forniti del continente. 
«Le autorità della Transnistria usano la situazione per fare molte cose economicamente redditizie che non potrebbero fare se facessero parte di uno stato responsabile», lamentò Rudolf Perina, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Moldova, che poi fu con l’amministrazione Obama il rappresentante speciale del Dipartimento di Stato per i conflitti eurasiatici. «C'è un sacco di contrabbando in corso lì», disse. 

Vladimir Putin aveva un’idea leggermente diversa: pronunciò un discorso tv in cui sostenne la Transnistria come simbolo della continua resistenza al nuovo ordine neoliberal, del mondo e dell’Europa. Quello che, dirà anni dopo al Financial Times, è finito.

Il fondatore del gruppo Sheriff – e dello Sheriff calcio – disse a sua volta che «il Paese che noi avevamo servito non esiste più», considerandosi sciolto da altre lealtà successive all’Urss. E per spiegare in che tipo di problemi si era trovato a operare, in quello stato senza più stato né legge, disse a Vanity Fair: «Portate qui qualsiasi uomo d'affari dalla Francia o dagli Stati Uniti e si impiccherà tra sei mesi. Il francobollo della Transnistria non è riconosciuto a livello internazionale. Niente ci è permesso. Abbiamo dovuto operare tra le cose» («between things»). 

In una zona grigia tipo quella che ammise Dmitry Firtash in Ucraina. Qualcuno la vide diversamente. «Lo Sheriff Group è una struttura criminale sotto l'ombrello di uno stato», accusò Oazu Nantoi, direttore dell’Institute for Public Policy, un think tank moldavo.

Ma ora la squadra del gruppo è in Champions e vorrebbe scordarsi il passato, e a nessuno fa così tanto piacere che i giornalisti lo ricordino, se non fosse che quel passato è presente, oggi più di ieri. Evan Gershkovich ha ricordato su AFP e sul Moscow Times che «la società [Sheriff Group] è implicata in accuse di corruzione». 

Difficile che portino a molto, in uno stato in cui economia, politica, sistema giudiziario, e anche calcio, si fondono. Lo Sheriff Group (che affronterà anche l’Inter e il Real Madrid) si gode la sua corsa e esibisce gli status di un piccolo gioiello sportivo: un complesso con uno stadio da 13mila posti, un secondo stadio da novemila, un'arena coperta, sedici campi di allenamento, campi da tennis e una piscina coperta. 

Il Gruppo ha interessi che, partiti dal commercio, si sono allarganti alla distribuzione del carburante, l’edilizia, una tv. Non si sa se in fondo mercoledì sera giochino una squadra dell’Ucraina contro una della Moldavia oppure il Donbass contro la Transinistria, con Putin che guarda la tv sorridendo, dall’autoisolamento che si è imposto l’altro giorno.