In Svezia il suo libro ha preso a vendere più di Harry Potter, dalle nostre parti il suo rendimento calcistico è diventato meglio dello spread e degli indici di borsa. Zlatan Ibrahimovic è quello di sempre anche se qualche sito, magari di ispirazione interista, ha cominciato a «gufare» in modo sfacciato («e se a Ibra venisse un mal di pancia?»). I gol non sono mai stati un problema per lui, e nemmeno gli hanno mai procurato ansia da prestazione come continua ad accadere al sodale Robinho (a fine partita il brasiliano è uscito da Marassi mogio mogio, sembrava reduce da una solenne bastonatura). «Hanno perso molto tempo prima di farmi tirare il rigore ma io sono rimasto concentrato fino alla fine» ha spiegato Ibra in fondo alla serata genovese, aperta da un contrattempo (influenza virale per Pato, «infettato» anche Thiago Silva che però ha marcato visita solo sotto la doccia), scandita dalle immagini malinconiche della sfida interrotta per lacrimogeni e infine esaltata dall'impresa rossonera maturata nella seconda frazione. Sto bene e finchè sto bene mi piace giocare, anche in Champions», la soddisfazione di Zlatan è probabilmente rivolta ai tanti luoghi comuni che lo hanno accolto e preceduto a Milanello (in Italia fa la differenza, in Europa invece no). «Il Milan gioca bene, sono proprio contento, se gli altri sapranno tenerci testa bravi gli altri», l'altra riflessione dedicata alla concorrenza che ha scoperto la facilità con cui il Milan ha collezionato 7 successi su 8 dopo la scoppola rimediata a Torino dalla Juventus. È stato il punto più basso conosciuto dai berlusconiani: poi hanno preso a veleggiare verso il primato. Centodue il totale dei sigilli italiani dello svedese, ottavo in campionato, a tredici la produzione stagionale: alzi la mano chi può chiedere di più al gigante di Malmoe capace anche di difendere Robinho («se ne segna uno, poi ne segna venti di fila»).
Ibrahimovic è diventato il profeta del nuovo Milan post-calciopoli, l'erede di Shevchenko e Kakà messi insieme perch´ è riuscito a incarnarne le qualità di entrambi: gran numero di gol e rifiniture degne del miglior brasiliano caduto in disgrazia alla corte di Mourinho. Perciò è stato apparentato a Van Basten che in carriera è sempre stato identificato come centravanti classico e raramente è rientrato a dare una mano al resto della compagnia. Famosa la frase di Marco rivolta ad Ancelotti: «Carlo, dammi la palla e poi corri ad abbracciarmi».
Ecco, Ibrahimovic ha scoperto un altro ruolo, «grazie ad Allegri che mi ha dato libertà di azione» la spiegazione. Eppure anche a Genova, come in altre cento occasioni, Ibra ha marcato la differenza appena ha messo piede in area e ha fatto il centravanti di fatto. Riconoscendo così al ragionamento di Seedorf, pubblicato da il Giornale qualche giorno fa, la dignità di una verità solare. «Se Zlatan arriva a giocare nella mia zona lo mando via» fu la battuta di Clarence molto utile per far capire all'interessato e al resto del Milan che non si può disperdere una forza del genere, una energia brutale come quella sprigionata dai 90 chilogrammi lanciati a velocità contro le difese altrui. A Marassi, nell'intervallo, ha provveduto Allegri a correggere la posizione di Ibra che solo dopo il rigore, terzo della serie, si è messo l'animo in pace ed è tornato ad andare a zonzo come per lo shopping natalizio. Con la possibilità di aprire un varco, l'ennesimo, a Nocerino (quinto gol stagionale del napoletano, altro record: pensate se Flamini non si fosse rotto il legamento nel trofeo Berlusconi come sarebbe cambiata la vita di Allegri!) e di consentirgli di mettere fine alla contesa oltre che al batticuore. Non tutti han capito che dalla partenza di Pirlo in avanti, è diventato Ibra il vero regista del gioco d'attacco del Milan. Certo, si è messo a fare due lavori in uno. E di questi tempi di crisi anche il Milan ne aveva un disperato bisogno.