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A inizio marzo, appena bloccato il campionato e senza nessuna garanzia sull’eventuale ripartenza, provammo a identificare le poche certezze che avrebbero avuto i milanisti. Tra queste ne spiccava una: che Ibrahimovic se ne sarebbe andato il 30 giugno 2020. All’epoca auspicavo di rivederlo in campo almeno qualche volta con la maglia rossonera in questa stagione. Adesso anche quella speranza è tramontata. Ibra non vestirà  più la maglia del Milan, come aveva anticipato il suo amico MIhajlovic circa un mese fa. Tutto quello che è  accaduto dal licenziamento di Boban in poi lasciava e lascia presupporre che Ibra non avrebbe rinnovato il contratto. E non l’avrebbe prolungato nemmeno per quei due mesi necessari a completare la tormentata stagione in corso.

Il progetto Rangnick e soprattutto l’allontanamento di Boban, cioè colui che insieme a Maldini aveva fatto di tutto per convincerlo a tornare in rossonero, aveva fatto capire in maniera chiara e ineluttabile che non ci sarebbe stato posto per lo svedese nel futuro del Milan. E lui non ha fatto nulla per nascondere il suo disappunto. Dallo sguardo con cui ha accolto Gazidis a Milanello dopo il licenziamento del croato all’atteggiamento in campo nel primo tempo di Milan-Genoa. Già da li si capiva che stavano già scorrendo i titoli di coda sull’Ibra bis. Durante il lockdown tutto ha confermato questo epilogo. A partire dal suo trasferimento a Stoccolma e le sue partite con l’Hammarby, che il Milan ha autorizzato in maniera postuma per non far esplodere casi diplomatici con il suo ingombrante tesserato.

Mentre tutti gli altri giocatori di Serie A si apprestavano a tornare alle rispettive basi per sottoporsi ai test e riprendere gli allenamenti, Ibra faceva sapere che avrebbe lasciato la Svezia solo in presenza di una data certa della ripresa del campionato. Poi, una volta tornato e dopo aver dribblato la quarantena, in meno di una settimana, lo svedese si è procurato un problema muscolare che richiederà almeno un mese di stop. Il caso vuole che quel mese ipotizzato per la guarigione della lesione muscolare cadrebbe proprio pochi giorni dopo la scadenza del suo attuale contratto. Ammesso e non concesso che lo svedese si ripresenti in Italia venerdì prossimo per i nuovi esami al polpaccio (a questo punto potrebbe tranquillamente farli a Stoccolma), sarà praticamente impossibile rivederlo in campo con la maglia del Milan a inizio luglio.
Infatti al di là degli inviti dell’Uefa a procrastinare le scadenze dei contratti al 31 agosto e al di là di eventuali intese della Lega con l’AIC (accordi che ancora non sono arrivati), non esiste nessuna istituzione sportiva o giuslavorista che possa imporre a qualcuno di firmare un prolungamento di contratto scaduto o, peggio ancora, di prestare la propria opera professionale in assenza di contratto. Per questo motivo  quelli che sono convinti o che cercano di convincere che Ibra tornerà a luglio in rossonero, dovrebbero spiegarci qual è l’interesse del 39enne svedese ad affrettare i tempi di recupero di un infortunio delicato per scendere in campo con un club che sicuramente non gli vuole rinnovare il contratto.

Perché mai Ibra dovrebbe giocare altre 7/8 partite con la maglia del Milan rischiando magari di avere una recidiva e compromettere il suo prossimo contratto con un altro club, che magari potrebbe anche essere l’ultimo della carriera? Perché mai Ibra dovrebbe tornare a giocare nella canicola di luglio in un S. Siro deserto per correre dietro agli indiavolati giocatori dell’Atalanta senza avere un reale obiettivo di classifica e rischiando solo brutte figure? Perché mai Ibra dovrebbe fare questo favore a un club che l’ha messo sotto contratto a gennaio già  sapendo che non avrebbe fatto parte del suo progetto di 6 mesi dopo? Per tutte queste e molte altre ragioni non fidatevi di chi vi dice che Ibra tornerà in campo con il Milan dopo il 30 giugno. Purtroppo.