Oggi è tornato a splendere il sole. Una metafora, omaggio della natura, per celebrare la luce che il 25 aprile squarciò il buio dal quale era stato avvolto per venti anni il nostro Paese. Una grande opportunità e anche un dovere per ciascun genitore impartire ai figli una breve lezione di Storia proprio come avevano fatto i loro padri e nonni. Chiedere, prima del pranzo insieme, ai ragazzi di spegnere i telefonini e di prestare attenzione alle parole su di un racconto che non è affatto retorica anche se i nomi dei protagonisti e gli avvenimenti tendono a sfumare con il trascorrere del tempo. Come fanno gli americani nel giorno dell’Indipendenza davanti ai tacchini, imprescindibili “vittime” sacrificali della festa.

Il 25 aprile rappresenta lo snodo nevralgico per tutto ciò che siamo noi oggi. Cittadini di un Paese democratico e repubblicano il cui seme venne interrato proprio quel giorno quando l’Italia fu liberata dalle catene nazi-fasciste. Un terreno certamente inumidito da troppo sangue e innaffiato con le lacrime della disperazione eppure reso fertile e vitale proprio dallo “spirito” di coloro che avevano pagato con la vita il desiderio e la necessità del cambiamento. I loro nomi, anche quelli delle persone più umili e “oscure” nel loro impegno rivoluzionario e partigiano, non dovranno mai essere scordati e impongono eterno rispetto. Chi si oppone a questa direttiva morale e civica merita soltanto tutto il nostro disprezzo. Come quegli sciagurati che ieri a Milano, la città dove tutto ebbe inizio e dove tutto si concluse in Piazzale Loreto, hanno violato l’articolo 5 della Costituzione italiana inneggiando a Benito Mussolini e facendo il saluto romano. Ma anche come alcuni uomini di pensiero e, in particolare, il direttore Vittorio Feltri il quale fino a qualche tempo fa valente giornalista oggi, consumato da un eccesso senile di irrefrenabile sfacciataggine, scrive che la Liberazione ha la medesima valenza di una triste sagra di paese. E poi conclude, dando la misura della sua triste metamorfosi, che l’unica cosa che per lui conta veramente è la figa. Pensare questo non è soltanto vergognoso ma anche molto pericoloso soprattutto in un momento storico come quello che stiamo vivendo dove la confusione politica è a livelli massimi tanto da non escludere l’ipotesi di soluzioni anti democratiche.

Il 25 aprile non è un derby e neppure una fiera dei vini con ballo al palchetto. È il momento, lungo e breve non importa, della riflessione e del ricordo mai fini a se stessi ma finalizzati a comprendere quanto sciocco e scriteriato sia escludere la memoria dai nostri ragionamenti riducendo il passato a una pagina di folclore da leggere distrattamente o, peggio ancora, da manipolare e da travisare a proprio uso e consumo ideologico. Lo stesso mondo dello sport può e deve sentirsi in prima linea in questa lotta per il mantenimento dei valori che tornarono a germogliare e a crescere in ciascun cittadino dal giorno della Liberazione fino a quello, epocale, della Costituzione Repubblicana. Gino Bartali fu il “campione” di quel movimento che legava anche gli uomini di sport all’opposizione contro la dittatura nazi-fascista. Lo stesso calcio ebbe i suoi eroi che è doveroso ricordare.



Bruno Neri, mediano di talento, che vestì le maglie della Fiorentina, del Torino e della stessa Nazionale di Vittorio Pozzo nella quale giocavano Piola e Meazza. Fu lui che nel 1931, giorno dell’inaugurazione dello stadio di Firenze intitolato allo squadrista Giovanni Berta, si rifiutò di fare il saluto romano ai gerarchi in tribuna prima della partita che gli azzurri avrebbero giocato contro una squadra austriaca. Ha ventun anni ed è l’unico che ha il coraggio di disobbedire. Professionalmente la pagherà cara. Lascerà il calcio per diventare partigiano e vicecomandante della brigata Ravenna con il nome di Berni. Verrà ucciso dai nazisti sull’Appennino tosco emiliano il 10 luglio del 1944 durante una perlustrazione. Ispirò lo scrittore Massimo Novelli per il libro, sempre attuale, “Bruno Neri il calciatore partigiano”.

Non è il solo. Armando Frigo, figlio di emigranti veneti nato in America e tornato in Italia per fare il calciatore. Anche lui gioca nella Fiorentina con ottimi risultati. Poi viene arruolato per combattere sul fronte slavo. Non è d’accordo con il regime. Diserta e fugge. Viene catturato dai tedeschi e richiuso in un lager in Croazia. Si dichiara comunista e viene fucilato. Gli troveranno in tasca la tessera della società viola. Carlo Castellani è un bomber implacabile. Segna gol a grappoli prima nel Livorno in Serie A e poi nell’Empoli, per il quale diventerà una bandiera. Ha un solo difetto. Non è allineato con il regime e lo dice apertamente. Verrà deportato a Mathausen. Ha trentacinque anni. Non farà più ritorno a casa. Vittorio Staccione, figlio di un operaio torinese che viene ingaggiato dalla Fiorentina. Fiero oppositore del regime è costretto ad abbandonare il calcio. Perseguitato dall’Ovra, la polizia privata di Mussolini, viene arrestato e fucilato quattro giorni prima dell’arrivo degli alleati

L’elenco sarebbe ancora lungo e ricco di eroi. Voglio chiudere con Raf Vallone, uno fra i più grandi attori italiani. Lui che, prima di diventare artista fu giornalista all’Unità e prima ancora calciatore del Torino con il quale vinse anche una Coppa Italia. Soprattutto fu il partigiano che riuscì a sfuggire dall’arresto e dalla certa fucilazione gettandosi vestito nel lago di Como. Una delle poche storie a lieto fine. Dunque anche sfruttando il calcio i genitori, oggi, potranno raccontare di avvenimenti, uomini e donne utili a capire che cosa sia il 25 aprile.