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“Noi lo sapevamo già.
E da parecchio tempo.
Era appena arrivato nella “Settima” del Club. Aveva solo 16 anni ma bastarono poche partite che si era già sparsa la voce tra tutti gli “hinchas” del “Los Diablos Rojos”,
Dopo poche settimane dal suo arrivo c’erano il triplo degli spettatori della stagione precedente ad assistere alle partite di questi ragazzini.
Era la “Joya” del settore giovanile.
Neanche due anni dopo esordì in prima squadra (al Monumental contro il River, mica in una cancha qualsiasi !) e diventò ben presto uno dei riferimenti assoluti di un team che era da tempo ai vertici del calcio argentino.
Quando segnò quel gol in Italia e contro una squadra italiana nella finale del Coppa Intercontinentale tutto il mondo scoprì chi era Ricardo Bochini.
Era il 28 novembre del 1973.
La Juventus dominò l’incontro. Solo i pali della porta e qualche miracolo del nostro portiere Santoro ci tennero in partita. Mancavano una decina di minuti alla fine del match. Bochini si fece dare il pallone sulla linea di centrocampo. Partì in progressione saltando un paio di giocatori juventini. Arrivato nei pressi dell’area bianconera cercò il suo “gemello”, Daniel Bertoni. Gli passò la palla e Bertoni, di prima intenzione, la restituì a Bochini. “El Bocha” si trovò all’interno dell’area di rigore. Due difensori juventini strinsero su di lui mentre Dino Zoff, il portiere della Juve, gli stava uscendo “a valanga” sui piedi. A questo punto Bochini rallentò la corsa, alzò la testa e con un delicatissimo pallonetto scavalcò Zoff lanciato in uscita. Fu un gol meraviglioso.
Fu il gol che decise la partita.
Eravamo Campioni del Mondo.





Ma da quel giorno in poi iniziammo ad avere paura.
Eravamo convinti che sarebbe stata solo una questione di tempo prima che arrivasse qualche grande Club dal Brasile, dal Messico o addirittura dall’Europa a portarcelo via.
Aveva solo 19 anni ma la Nazionale argentina si era già accorta di lui.
L’anno successivo ci sarebbero stati i Mondiali di calcio in Germania e tutto il mondo avrebbe conosciuto questo fenomeno che noi avevamo la possibilità di vedere in azione tutte le settimane.
Poi però accadde qualcosa di assurdo, di inspiegabile, di totalmente inatteso.
Bochini per quel Mondiale non venne neppure convocato.
Non ci poteva credere lui e non potevamo crederci noi che ormai da un paio di anni ci lustravamo gli occhi e ci scaldavamo il cuore con le sue incredibili giocate.
C’era il blocco dell’Huracan allora.
Grandissima squadra che contribuì tantissimo a riportare il calcio argentino alla sua tradizione più pura.
Brindisi, Houseman, Babington, Carrascosa … tutti grandissimi calciatori.
Il “Bocha”, in mezzo a loro, sarebbe stato come un diamante in una bellissima corona.
Non fu così.
I più egoisti fra di noi dissero che in fondo era meglio così.
Senza quella vetrina avremmo potuto forse tenere con noi Bochini ancora per un po’.
“In fondo ha solo 20 anni. Ne giocherà almeno tre di mondiali”.
Non lo trovavo giusto.
Anche perché ero assolutamente convinto che con Bochini in campo (e questo lo sapevano anche gli egoisti) avremmo avuto una Nazionale più forte.
Poi però pensavo a come sarebbe stato andare alla “Doble Visera” e non vederlo più in campo.
… e finivo per dare ragione agli “egoisti” …
Pochi mesi dopo “El Bocha” si prese la sua rivincita vincendo la Copa Libertadores.
Per noi hinchas dei “Rojos” fu il terzo anno consecutivo.
Avevamo una squadra fantastica.
Daniel Bertoni, “El Pancho” Sa, Ricardo Pavoni, Ruben Galvan, José Pastoriza, Agustin Balbuena, Eduardo Maglioni … tutti grandissimi calciatori che il talento, la classe e la visione di gioco del “Bocha” esaltava, facendoli sembrare tutti ancora più bravi.
Nel 1978 il Mondiale si giocò in casa nostra.
Ci siamo detti che o lo vincevamo stavolta o non lo avremmo vinto mai più.
Erano giorni terribili per il nostro Paese.
Una dittatura spietata e così astuta e protetta da essere nascosta agli occhi del mondo.
Bochini avrebbe dovuto essere in campo con la nostra Nazionale.
Stavolta però fu la politica a decidere
La giunta militare aveva le sue preferenze e non c’era nulla nella vita degli argentini dove non interferissero … figuriamoci nel calcio, una delle ragioni di vita del mio popolo !
Il Generale Carlos Alberto Lacoste, tifosissimo del River, voleva “El Beto” Alonso nei 22 di Cesar Menotti.
Alonso era un grande, grandissimo numero 10.
Ma Ricardo Bochini gli era superiore di una spanna.
Menotti, che non era certo amato dalla giunta militare (cosa che “El Flaco” ricambiava assolutamente) fu costretto ad accettare.
Ancora oggi si dice che “Alonso entrò nella lista al posto del giovane Diego Maradona”.
Balle.
Alonso entrò nel posto che era di Bochini, e di nessun altro.
Il “10” che avrebbe dovuto essere di Bochini non andò però ad Alonso ma fu invece consegnato a Mario Kempes che era l’esatto contrario di Bochini.
Alto, possente, bello e con una folta chioma.
Così Menotti si prese in parte la sua rivincita e Norberto Alonso in quel mondiale fece da comprimario.
E così Bochini rimase ancora con noi.
Anche quando, alla fine di quel Mondiale
, il suo partner prediletto, Daniel Bertoni, se ne andò in Europa.
Allora tremammo davvero. 
Noi sapevamo fin troppo bene che Bertoni era un ottimo attaccante … ma era Bochini al fianco che lo faceva sembrare un campione.
Invece il Siviglia prese solo Bertoni, lasciandoci Bochini che non avendo giocato quel Mondiale non era evidentemente nel mirino delle squadre europee.
Per prendersi la sua ennesima rivincita non dovette attendere molto.
Il 10 gennaio per la finale del Campionato Nacional ci trovammo di fronte proprio il River Plate.
Il River di Passarella, di Fillol, di Luque … e di Alonso e del Generale Lacoste.
L’andata al Monumental finì 0 a 0.
Al ritorno, nella nostra cancha, non lasciammo scampo ai “Millionarios”: 2 a 0.
Bochini segnò entrambi i gol dimostrando che anche lui, come Passarella, Luque, Fillol e Alonso avrebbe meritato di essere chiamato “campione del mondo”.
E così Bochini rimase ancora con noi.
Non giocò neppure il Mondiale in Spagna nel 1982, nonostante in quel periodo fosse probabilmente al top della sua carriera.
Troppi galli nel pollaio di quell’Argentina che andò in Spagna da Campione del Mondo e che forse era addirittura più forte di quella che vinse il mondiale quattro anni prima.
Poco male.
Ormai “El Bocha” era rassegnato e noi con lui.
D’altronde era il peggior promotore di se stesso e in un calcio dove “l’immagine” contava sempre di più Ricardo Bochini sembrava un calciatore di altri tempi … e non solo per la sua calvizie incipiente, per il suo fisico minuto e poco attraente.
La sua timidezza fuori dal campo era proverbiale.
Nessuna intervista, mai fuori dalle righe, mai polemico, incazzoso o aggressivo.
Giocava e poi tornava a casa dalla sua amata Antonia.
Nel 1983 arrivò in squadra un “nuovo” gemello.
Si chiamava Jorge Burruchaga. Giocava al suo fianco nel centrocampo dei “Rey de Copas”, così ormai ci chiamavano in tutto il Sudamerica.
Si compensavano alla perfezione. Burruchaga conquistava palloni su palloni, li appoggiava a Bochini e poi si lanciava negli spazi ad attaccare la profondità per ricevere i deliziosi assist del “Bocha”.
Un’intesa perfetta.
“Chitarra ritmica El Burru e chitarra solista El Bocha” così dicevamo a quei tempi.
Vincemmo il Metropolitano, poi ancora la Copa Libertadores (dove demmo una lezione di calcio ai brasiliani del Gremio) e ci ripresentammo, a 10 anni di distanza, a rigiocare una finale di Coppa Intercontinentale.
Stavolta niente partite di andata e ritorno.
Finale unica, a Tokyo.
Di fronte non una squadra qualsiasi ma il Liverpool
di Kenny Dalglish, di Ian Rush e di Alan Hansen.
Per la prima volta, a soli due anni dalla guerra delle Malvinas, ci trovavamo di fronte una squadra britannica.
Tutta l’Argentina quel giorno fece il tifo per noi.
E i nostri ragazzi non delusero.
Un gol di José Alberto Percudani dopo una manciata di minuti ci fu più che sufficiente per riportare questo trofeo nella nostra bacheca.
In quell’anno (ed era ora !) Bochini ottenne il 3° posto come Miglior calciatore del Sudamerica mentre l’anno prima (finalmente !) quello di miglior calciatore argentino.
Gli anni intanto passavano e Ricardo Bochini stava riscrivendo la storia del nostro Club.
Rimase ancora con noi, anche se non era ovviamente più lo stesso giocatore di qualche stagione prima.
Aveva perso un briciolo del suo spunto e la sua zona di manovra si era ristretta.
Ma se possibile aveva ancora di più acuito quella incredibile visione di gioco che “gli faceva vedere autostrade dove gli altri non vedevano neppure i sentieri”.
Nel 1986, finalmente, Carlos Bilardo lo inserì nei convocati per il Mondiale messicano.
La squadra ruotava intorno a Maradona ma solo chi è nato fuori da questo Paese può pensare che Burruchaga, Valdano, Ruggeri, Brown, Batista o Borghi fossero giocatori mediocri.
Per il nostro “Bocha” fu un premio alla carriera anche se forse avrebbe meritato qualcosa di più di una passerella di un quarto d’ora contro il Belgio.
Continuò a giocare ad altissimi livelli per altre 4 stagioni, e nel 1989 alzammo ancora al cielo il trofeo di Prima Divisione.
Sembrava avesse una mappa del campo nel cervello. E sapeva sempre dove si trovavano i suoi compagni di squadra. 
Era eterno, incombustibile e resistente.
A dispetto da quel fisico che lo faceva sembrare ancora più vecchio dei suoi anni.
“Vedrete, Bochini giocherà per sempre !” ormai era la frase che si sentiva in ogni partita alla Doble Visera.
Poi arrivò quel giorno.
Quel giorno maledetto e quel giocatore maledetto.
El Bocha ricevette un pallone sulla trequarti avversaria, fece una finta e con l’esterno del piede mandò al bar il suo avversario diretto.
Sempre con la testa alta, sempre con il pallone ad accarezzargli il piede.
Da dietro, in ritardo e senza alcuna possibilità di colpire il pallone, gli arrivò una “patada” tremenda.
Ricardo Bochini cadde in terra. Sentimmo tutti il suo urlo. Uscì in barella.
Pablo Erbin, difensore dell’Estudiantes, fece quello che nessuna squadra europea o sudamericana era riuscita a fare per quasi 20 anni: toglierci la felicità pura di vedere giocare il nostro numero 10.
Fu la fine.
Non rivedemmo più “El Bocha” in campo.
Si chiudeva così la storia di uno dei più grandi calciatori che siano mai apparsi su un campo di calcio.
E mi spiace immensamente per chi, e purtroppo sono in tanti, non ha potuto vederlo in azione.
Noi del Club Atletico Independiente siamo stati fortunati.
Ricardo Bochini è stato, è e sarà, sempre e solo nostro.






ANEDDOTI E CURIOSITA’

Uno dei più grandi ammiratori di Ricardo Bochini fu senza ombra di dubbio Jorge Valdano. Fu lui il primo a paragonare El Bocha a Woody Allen. “Hanno entrambi la faccia da perdenti, un fisico minuto e poco attraente. Sembrano quelli che a scuola da bambini vengono picchiati da tutti. Ma entrambi sono i due GENI ASSOLUTI delle loro professioni”.

Continua sempre Valdano. “Bochini era un genio che con la testa inventava miracoli e con il piede destro li realizzava. E usava il corpo intero per ingannare gli avversari. Spiegare “El Bocha” a chi è nato fuori dall’Argentina è quasi impossibile.”

Prima di arrivare all’Independiente Bochini provò per altre due grandissime squadre argentine. Il “suo” San Lorenzo (di cui si è sempre dichiarato tifoso) e il Boca Juniors.
… ricevendo in entrambi i casi la stessa identica risposta. “Non ha il fisico per giocare a calcio”.

Da bambino il pallone per Bochini era un’autentica ossessione.
Finita la sua partita con i pari età invece di cambiarsi rimaneva per quella successiva della categoria superiore.
Si metteva vicino alla panchina sperando che prima o poi lo chiamassero di nuovo in causa … e vista la sua bravura succedeva spesso !

Quando arrivò all’Independiente venne sistemato in una pensione insieme a tanti ragazzi delle giovanili, guadagnando una cifra che non era sufficiente a mantenerlo e solo grazie all’aiuto degli amici del suo Barrio di Zarate poté mantenersi e continuare a giocare a calcio. Le cose cambiarono di poco anche dopo l’esordio in prima squadra. “Ero troppo timido per chiedere un aumento … e troppo felice di giocare in prima squadra per rischiare di rovinare tutto” ricorda oggi “El Bocha”.

Tutti sanno che Ricardo Bochini fu il grande idolo di Diego Armando Maradona. Pare addirittura che nella convocazione di Bochini per il suo primo e unico mondiale, quello del 1986 in Messico, ci fosse lo zampino del Diego.
Memorabili le parole dello stesso Maradona quando, a meno di un quarto d’ora dal termine del match contro il Belgio, Bochini entro nella cancha al posto di Burruchaga.
“Prego Maestro. La stavamo aspettando” dice Maradona al 34enne Bochini.
Aggiungendo che “giocare insieme in una partita di un Mondiale fu un grande premio. Ma fu un premio per me, non per Bochini. Lui era talmente grande che non ne aveva bisogno”.

Infine il ricordo del suo “gemello” Daniel Bertoni con cui condivise il percorso nelle giovanili e per oltre un lustro in prima squadra.
“Mi chiedo sempre se la gente dell’Independiente si renda veramente conto di quello che è stato Ricardo Bochini. Dovrebbe provare un orgoglio enorme sapere che un giocatore della sua classe abbia scelto di giocare tutta la sua carriera in questo Club. Io so per certo che in tutta la mia carriera non ho mai giocato insieme ad uno più forte di lui”.