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Qualcuno si interroga ancora sulla pronuncia del suo nome. All’anagrafe, Adenor Leonardo Bacchi. Al secolo, Tite. "Cici", per essere pignoli. Attorno al commissario tecnico del Brasile si è stretto un Paese che vive col pensiero costante di tornare in cima al Mondo col pallone, nonostante tutto. E una Seleção, che con lui ha iniziato a ballare. 

COME UN PICCIONE - L’ottavo di finale in cui i sudamericani hanno strapazzato la Corea del Sud (4-1) regala una delle cartoline dal Qatar. Alla mezz’ora Richarlison firma il 3-0 dopo un’azione da Playstation: il Brasile esulta, l’attaccante festeggia a modo suo con il "ballo del piccione". Stavolta, insieme all’allenatore, che non si sottrae alla tradizione. La punta del Tottenham è soprannominata "Pombo", piccione per l’appunto. Un appellativo che viene fuori da una canzone diventata virale in patria e che ha reso il "9" un personaggio sempre più social grazie a video esilaranti. È un frame che nella storia del Mondiale invernale dice tanto: il Brasile che vince e balla lo fa con un tecnico che per i suoi ragazzi è quasi un padre. E che fin qui ha costruito una squadra solida, mix di spettacolo e solidità.

ORIGINI ITALIANE - Ma chi è il ct a cui il Brasile ha affidato il mandato di tornare al trionfo dopo vent’anni? Salto indietro. Tite nasce nel 1961 a Caxias do Sul, stato federato del Rio Grande do Sul, da una famiglia di origine italiana e originaria di Viadana (in provincia di Mantova). I suoi nonni, Andrea Bacchi e Maria Domenica Mazzocchi, erano contadini, coltivavano uva nella colonia di São Braz. Una laurea in Scienze motorie all’Università Cattolica Pontificia di Campinas gli è valsa il soprannome di "Professore", che oggi fa per lui le presentazioni. Dopo una carriera da attaccante spesa in patria e finita prima dei trent’anni per colpa di problemi al ginocchio, Tite ha scelto la strada della panchina. Che ha premiato. Da allenatore, prima di arrivare alla nazionale ha guidato i club più importanti del Paese, lasciando il segno soprattutto al Corinthians. Con la "Squadra del popolo" ha vinto due campionati, la Libertadores nel 2012 e soprattutto il Mondiale per club nello stesso anno, contro il Chelsea di Benitez. Bel biglietto da visita. Poi, nel 2016, la chiamata della Federazione dopo la fine del rapporto con Dunga: "Dobbiamo tornare in cima al Mondo". 
PER LA SESTA - Quindi il Mondiale del 2018 in Russia, chiuso con l’eliminazione ai quarti contro il Belgio. Il primo approccio con quella Coppa che in patria è un’ossessione: "Oggi so meglio come focalizzare la mia attenzione", ha raccontato poche settimane fa in un’intervista al Guardian. "Penso che l’esperienza aiuti un allenatore, ma anche l’energia lo fa e bisogna essere sempre disposti a imparare, avere voglia di trovare nuove conoscenze. Non ho la stessa energia di alcuni giovani, ma il mio staff tecnico mescola esperienza e forza e abbiamo anche qualcuno che ha vinto la Coppa, come Juninho Paulista". Così, Tite ha messo nel mirino il gran bersaglio. Oltre al centrocampista campione del mondo nel 2002 (con un ruolo di coordinamento), nel suo staff ci sono il vice Cleber e Taffarel, preparatore dei portieri. E tra i collaboratori più stretti c’è suo figlio, Matheus Bachi. 

IN PRIMA LINEA - Un passo alla volta, il ct ha dato nuova linfa ai verdeoro: nel 2019 è arrivato il successo in Copa America, ma non solo. Per capire il cambiamento, si può tornare alle parole pronunciate da Marcelo, un giocatore col Brasile cucito addosso, quattro anni fa: "È facile capire cosa vuole da noi, e ognuno mette nel gruppo un po' di allegria e di spirito di leadership che ci trasmette. Ci sentiamo una famiglia". Questione di principi. A lui, mai mancati. Un po' come il coraggio di prendere posizione in alcune situazioni. Nei Mondiali di Russia, tra le altre cose, aveva criticato Mastercard, uno degli sponsor del torneo, per la scelta di donare diecimila pasti ai bambini poveri per ogni gol di Neymar: "Capisco le buone intenzioni, ma meglio farlo con chiunque segni e non solo con lui. Il calcio è un gioco di squadra". Visioni fuori dagli schemi.

UMANISTA ANTICONVENZIONALE - Qualcuno in patria gli aveva dato del comunista, ricordandogli la Libertadores vinta nel 2012 con il Corinthians e portata a Lula, allora presidente del Paese: "Non è giusto mischiare sport e politica. Io non sono comunista, sono umanista. Sto dalla parte del popolo". E di una gente da rendere felice con il calcio. Un aneddoto raccontato di recente dallo stesso ct, durante la trasmissione "Esporte Espetacular", rende l’idea: "Mi accompagna l’ansia e mi sto svegliando sempre alle 4. Mia moglie si è abituata, quando mi agito e scalcio nel letto mi dice di star calmo e di provare a dormire di più, ma il pensiero delle convocazioni mi agita. Ci sono gli atleti, ma prima di tutto vengono gli uomini, i loro caratteri, ci sono figli e padri e l'essere umano deve sempre essere rispettato". La parola chiave è proprio rispetto. Quello con cui Tite si è guadagnato il Brasile e l’occasione di tornare in cima al Mondo.