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Nel mondo della moda a tenere banco da due giorni è soprattutto la campagna primavera/estate 2020 di Gucci che vede protagonista la modella armena 23enne Armine Harutyunyan (foto viagginews.com), al centro di un numero spropositato di critiche, polemiche e insulti per via del suo viso (naso aquilino, folte sopracciglia, occhiaie). Ciò che colpisce è soprattutto la violenza con cui alcune donne, sui social, si sono scagliate contro di lei con commenti tra lo sprezzante e il rabbioso. Se molti vedono imperversare una cultura del “perbenismo”, del “tutti possono fare tutto” (che anziché rappresentare una piacevole scoperta ci spinge a pensare di aver fatto le scelte sbagliate, che sia ormai troppo tardi per impegnarsi in qualcosa che altri ci hanno sconsigliato di fare, che abbiamo sbagliato le scelte della nostra vita) occorre ricordare che Gucci non è nuovo a questo tipo di campagne anticonvenzionali.

Altro caso recente è stato quello di Ellie Goldstein, affetta dalla sindrome di Down, anche lei si è trovata a indossare, oltre a pregevoli abiti, un grande bersaglio per le cattiverie gratuite di persone che hanno visto in lei una minaccia. Minaccia perché le comode sicurezze di chi non si intende di moda sono state scardinate: se sentiamo la parola “modella” siamo immediatamente portati a pensare a “bella”, “magra”, “alta”, “perfetta” (e sulla pericolosità di quest’ultimo termine bisognerebbe aprire un capitolo a parte). Siamo portati a questo ragionamento perché ci siamo sempre stati dentro, senza interessarci a vedere fuori dalla scatola di ragazze anoressiche e zigomi altissimi perché “è naturale che ci siano loro”.
Parole vuote, la natura delle cose è il pretesto che utilizziamo quando non ci va di ragionare. Siamo più a nostro agio con l’anoressia che con una modella senza incisivi laterali (guardate il caso, ancora un’altra campagna di Gucci, questa volta per rossetti e con protagonista Dani Miller), e non sembra nobilitante per il nostro modo di pensare. La moda si è trasformata, da fisici più robusti alla magrezza passando per la formosità, tracciando in diversi casi una nuova strada da seguire per i canoni estetici vigenti. Il cambiamento tra le modelle di quarant’anni fa e quelle di oggi è radicale, a testimonianza del fatto che la “tradizione” ha sopra la data di scadenza.

Sicuramente le mosse del colosso della moda hanno un tornaconto personale (non di certo una sorpresa, nessuno fa niente per niente, figurarsi una grande azienda), ma va riconosciuto come questa campagna, che assolutamente non ha tolto nulla a nessuno, ci ha mostrati per quello che siamo: gretti, insicuri, gelosi, pronti a tirare giù qualcuno anziché rimboccarci le maniche per arrivare ai livelli a cui ambiamo. Harutyunyan, Goldstein e Miller non saranno “belle”, “magre”, “alte” o “perfette” ma neanche noi lo siamo, quantomeno non dentro, e questa storia ce l’ha dimostrato. La differenza tra noi e loro è che loro ci hanno provato e ci sono riuscite, e noi stiamo a commentare le loro campagne.