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Il Leicester, a 50 anni esatti dalla prima volta (era il 7 agosto del 1971), conquista il Community Shield, ovvero la Supercoppa che apre la stagione del calcio inglese. Battuto il Manchester City dei ricconi e dell’ultimo acquisto da oltre cento milioni di euro, precisamente 117: Jack Peter Grealish è entrato a venticinque minuti dalla fine e non ha inciso in nulla, come una riserva qualsiasi.  

Brendan Rodgers ha battuto Pep Guardiola, bloccandolo a 31 trofei, mentre lui, grazie al rigore di Iheanacho (89’), è andato a vincere l’ottava finale su otto disputate. Decisivo l’errore di Aké,  centrale difensivo del City, che alle prese con un comodo disimpegno, si è fatto intercettare la palla in area proprio da Iheanacho per poi stenderlo con un intervento a forbice. Rigore netto che il grande ex, Iheanacho appunto, ha trasformato con un tiro sotto la traversa di sinistro.

Vittoria meritata in forza di quello che il Leicester ha fatto nel primo tempo quando ha messo alle corde l’avversario sprecando almeno un paio di gol.
Nella ripresa, migliore è stata la partenza del City che ha propiziato tre occasioni (di cui una clamorosa) con Mahrez, poi i cambi (sei a quattro per il Leicester) hanno reso la gara un confronto a chi sbagliava di più sul piano dell’impostazione e del palleggio. Non a caso è stato un errore marchiano a schiodare la partita da uno 0-0 che stava conducendo dritti verso la soluzione ai rigori.

Per onestà di analisi, va detto che le due contendenti (ma più il Manchester City del Leicester) mancavano di giocatori di qualità sia a causa di infortuni, sia a causa dell’Europeo che ha costretto a ricominciare gli allenamenti da pochi giorni.

Il City, da formazione teoricamente favorita, ha cominciato meglio (punizione di Gundogan deviata  da Schmeichel, spericolato salvataggio di Soyuncu su cross di Mendy) per poi sparire gradualmente dalla scena. Guardiola ha schierato il tradizionale 4-3-3 con Fernandinho centrale di centrocampo, Ferran Torres finto centravanti e Mahrez incursore che parte da destra.

Dall’altra parte Rodgers ha scelto d’abitudine il 4–2-3-1. Due i centrali di centrocampo (Ndidi e Tielemans), una linea di trequartisti incentrata su Maddison, Barnes e Perez con Vardy unica punta.
L’attaccante ha sprecato l’occasione più grossa nel finale di primo tempo (45’) con un tiro in diagonale da due passi che il portiere Steffen ha deviato con una mano contro il palo. Ma prima (18’) era stato Perez a mancare malamente il tocco su tiro di Tielemans e, subito dopo (23’), ancora Vardy a chiudere con un tiro da due passi addosso a Steffen.

Mentre il City cercava una difficile continuità nel palleggio, il Leicester agiva con rapide incursioni sulla sinistra (bravo Barnes) e azioni in verticale a cercare Vardy (poco lucido).

A fine primo tempo, dunque, la squadra di Rodgers aveva un possesso palla di poco inferiore al City (48 contro il 52 per cento), ma più tiri in porta (7-6) e decisamente più pericolosi.

Mentre tutti si aspettavano Grealish, Guardiola ha ricominciato dando fiducia agli stessi undici e Mahrez si è messo subito in evidenza con un paio di tiri e poi, verso la metà del secondo tempo, con una fuga in contropiede (il Leicester aveva sprecato un calcio d’angolo portando troppi uomini nell’area avversaria) si è presentato quasi solo davanti a Schmeichel tirando alto. 

Il City, in questa fase, ha fatto meglio sia per il possesso che per la manovra, ma è mancato clamorosamente sotto rete. Giocare senza centravanti indicando lo spazio come soluzione può essere una grande trovata mediatica, ma un attaccante serve e il City, almeno quello di ieri, non ne aveva.

Il rigore è stato un episodio, l’errore di Ake un incidente, ma il Leicester ci aveva provato di più e, seppure per un’incollatura, stava davanti al City. La vittoria di Brendan è stata legittima, la sconfitta di Pep non irrimediabile. La Premier promette spettacolo e, magari, quest’anno il vincitore non sarà più così scontato