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Made in Italy. Un marchio costruito nel corso dei secoli e reso un’eccellenza a livello internazionale nel corso del Novecento, tanto da nobilitare qualsiasi oggetto se lo vedesse accostare e rendergli un’aura di prestigio e rispettabilità che oggetti “made in altrove” difficilmente riescono a pareggiare. È la cifra dello stile italiano in molti campi: dall’arte alla moda, dal cibo alla cultura, fino al calcio. Che proprio grazie all’italianità, a una specificità nazionale fatta di mentalità, identità tecnico-tattica e cifra stilistica, ha beneficiato per lunghissimo tempo di caratteristiche tali da renderlo tanto odiato quanto temuto all’estero. Penso a questo mentre continuo a guardare con sconcerto la foto della nazionale azzurra in tenuta ufficiale, scattata a Coverciano prima della partenza per la fase finale degli Europei in Francia. Una foto brutta per ciò che raffigura, ma soprattutto per i significati che comunica.

A essere raffigurato è un gruppo che soltanto a guardarlo dà un’idea di rabberciatura. Esteticamente rozzo, maldestramente assortito, e soprattutto malvestito. Perché è veramente brutta la divisa, con quel nero Modello Six Feet Under che non richiama presagi fausti. Ma soprattutto perché non ce n’è uno, tra i fotografati, che dia l’impressione d’indossarla bene. Se non siamo all’estremo di Fantozzi e Filini che si scambiano lo smoking preso a nolo per andare alla cena della contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, poco ci manca. E a dare un soccorso terminologico nel trovare la parola che renda al meglio l’idea, provvede la lingua siciliana – ché lingua è, e non certo dialetto. In siciliano, per descrivere una persona così sgraziata in qualsiasi espressione, viene usata la parola accafunàto. Che ha un significato molto più ampio rispetto al gergale italiano “accafonàto”. Quest’ultimo termine designa una cafoneria specifica, quella del soggetto tamarro che non ha proprio la minima grazia nel comportarsi e quasi lo rivendica, come se fosse una cifra stilistica e un suo modo di affermare la presenza tra gli altri. Invece, in siciliano, l’accafunàto è uno che proprio non lo fa apposta: è sgraziato naturale, non ha bisogno di farlo perché sarebbe solo la caricatura di se stesso, e non c’è verso di raddrizzarlo. Specie con riferimento al vestiario, che l’accafunàto indossi il più infimo dei “cannavàzzi” (stracci per pulire) o un capo d’altissima moda, il risultato non cambia: se lo porterà sempre malissimo, lo renderà antiestetico a sua immagine e somiglianza. Lo accafùna.

Ecco, quella foto scattata a Coverciano ritrae una banda di accafunàti. Chiome sghembe, facce truci (quella di De Rossi addirittura inquietante, alla Barbablu), cravatte quasi tutte storte e annodate a pene di segugio. Uno strazio. E a spiccare fra tutti, il ragionier Tavecchio. Che da leader della truppa non poteva non dare l’esempio. Il Magister Accafunatòrum, e mi si perdoni il maccherone. Il presidente federale, con gli immancabili occhiali scuri che fanno tanto South Park, quasi scoppia dentro la giacca abbottonata. Come se avesse inserito il bottone nell’asola sbagliata. Pare il bidello del Centro Tecnico messo lì per la foto premio il giorno prima della pensione. Invece di occultarlo, lo piazzano ben al centro della foto che dovrebbe simboleggiare l’avventura degli azzurri agli Europei e adesso fa il giro del mondo. E accanto a lui l’espressione di Antonio Conte è tutta un programma. Sembra di leggergli fra le rughe della fronte: “Meno male che fra un mese sarò a Londra”.

Ma è l’aspetto simbolico di quell’immagine a generare le perplessità maggiori. Nel nostro paese il calcio è dacché esiste l’autobiografia della nazione, la sua più efficace rappresentazione nel bene e nel male. Un pilastro del Made in Italy. E guardate un po’ che razza di Made in Italy abbiamo spedito in Francia. Forse è anche inevitabile che in quest’epoca di declino il calcio trasmetta un’immagine così dimessa di se stesso e del paese, lontana dagli splendori dei tempi d’oro. Ma c’è un conto è la perdita della patina migliore, altro è la sciatteria. E almeno un minimo di Photoshop, cosa costava?

@pippoevai