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Ole Gunnar Solskjaer, allenatore del Manchester United, ha rischiato (e forse ancora rischia) di vedere la semifinale di ritorno, sul campo del Manchester City, dalla comoda poltrona di casa sua. Sarebbe bastato che, anzichè l’1-3 finale, fosse arrivato un possibilissimo 0-6 e adesso intorno alla panchina del norvegese si sarebbe aperta la riffa.

Stiamo parlando di calcio inglese e precisamente della prima semifinale di andata (la seconda sarà questa sera tra Leicester e Aston Villa) di Coppa di Lega, altrimenti ribattezzata Carabao Cup.

La sfida di Manchester è stato un monologo del City che avrebbe dovuto segnare almeno il doppio (soprattutto con Sterling, sventato come non mai) e non concedere il gol della teorica speranza dello United. Il regolamento della Coppa di Lega inglese non contempla che i gol realizzati fuori casa valgano doppio e, ad eccezione della finale, non prevede i tempi supplementari in caso di parità di gol segnati. Questo significa che se per puro caso o per una serata completamente negativa del City, la gara di ritorno finisse 0-2, Solskjaer, cioé uno dei più scarsi allenatori del mondo, potrebbe ancora giocarsela ai rigori.

Non c’è stata partita e all’intervallo, sul 3-0 per lo United, paventare il peggio era assolutamente logico. Sia perchè lo United non ha messo in piedi uno straccio di azione se non, forse, nei primi minuti. Sia perchè il City, una volta trovato il vantaggio con un sinistro da fuori area di Bernardo Silva, ha creato occasioni a ripetizione.

Lo ha fatto in tanti modi. Per esempio con precisi attacchi alla profondità (Mahtrez, pescato ancora da Bernardo Silva), oppure con splendide ripartenze lunghe, il contropiede di una volta che non piace a Conte e alla sua Inter. Strano. Vederlo fare al City di Guardiola mi ha divertito a tal punto da stabilire che non ci fosse niente di male. Il terzo gol, provocato da un’autorete di Andreas Pereira (schierato a centrocampo da Solskjaer), dopo respinta di De Gea al tiro di De Bruyne, è venuto da un contropiede tre contro mezzo, ovvero il maldestro giovane difensore Williams che ha tentato di immolarsi prima di venire travolto dagli ingranaggi dell’azione.

I gol hanno avuto un tempismo perfetto (17’ Bernardo Silva, 23’ Mahrez, 39’ l’autorete di Pereira), ma ancora più precisa è apparsa la rotondità della manovra della squadra di Guardiola. Schierata con un 3-4-3 i cui terminali erano rappresentati da De Bruyne (spesso attaccante centrale), Sterling e Mahrez, il City è stato sul punto di dilagare nel finale di tempo con Sterling (ha ciccato la palla su assist di Mahrez) e all’inizio di ripresa quando sempre Mahrez ha preso a sassate la porta dello United: palo esterno al 54’ e salvataggio di piede di De Gea al 69’.

Tutto questo senza contare gli sprechi di Sterling, con la luna storta e una propensione autolesionistica a complicare le finalizzazioni più semplici.
Così lo United, con Matic al posto di Lingard nella ripresa, ha finito per segnare in contropiede (Greenwood per Rashford che ha fatto gol) su palla persa dal City nella trequarti avversaria. Un’assurdità per la squadra migliore al mondo nel possesso e nella gestione della palla, capace di una manovra a due tocchi nella quale l’avversario arranca e annaspa come nel supplizio di Tantalo.

Nonostante il risultato ampiamente positivo, a me è sembrata strana l’ordinaria amministrazione del City nell’ultimo quarto d’ora. Un po’ perché con Gabriel Jesus al posto di De Bruyne e con Foden per Mahrez era lecito provarci ancora, un po’ perché il rischio di subire un gol (tiro da fuori area di Rashford che ha costretto Bravo ad un’affannosa deviazione) in certe partite c’è sempre. Anche se Guardiola rivede Wembley, Solskjaer non è del tutto fuori e fra venti giorni tenterà l’impresa disperata. Il calcio, spesso illogico, gli dà ancora un’immeritata chance.