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Sandro Corapi è forse il mental coach più importante d'Italia. Lavora da anni nel mondo dello sport e collabora con diversi calciatori dopo essere stato il "motivatore" ufficiale della Lazio di Petkovic. In questi giorni esce il suo libro "Nella testa del campione", con prefazione di Simone Inzaghi. Un viaggio nella mente degli sportivi più vincenti, con testimonianze dirette e consigli utili a tutti. E ha voluto rispondere alle domande di Calciomercato.com sul momento difficile che vive il calcio in piena emergenza Covid-19 e sul caso Zaniolo

Lei durante il lockdown ha fornito supporto social e gratuito a molti atleti. Come è nata questa idea? 
"Durante il lockdown ho dato un supporto a tantissime persone, sia sui social che attraverso la mia App, “Mentalcalcio”, la prima al mondo di questo genere dedicata specificatamente al calcio (scaricabile su gli store Apple e Android). Vista la situazione che stavamo vivendo, con molte persone in stato di preoccupazione, angoscia e depressione, ho voluto dare il mio supporto e il mio contributo creando ogni sera delle dirette sulla mia pagina Facebook e Instagram, con l’obiettivo di lavorare sugli aspetti emotivi, comportamentali e motivazionali. Tra queste persone c’erano tanti allenatori e calciatori che hanno seguito con piacere".

Come sta mentalmente un atleta vittima di un doppio infortunio grave come quello di Zaniolo? 
"Sono tre fasi. La prima di disperazione, nel momento in cui ci si rende conto della gravità dell’infortunio; la seconda della rassegnazione; superata questa, subentra quella di sfida e di motivazione a superare l’infortunio e quindi la voglia e la motivazione a riprendere i protocolli terapeutici previsti per la riabilitazione. Tutto questo però è chiaro a livello razionale, ma a livello inconscio bisogna intervenire per fare in modo che alcune alterazioni degli stati emotivi non si cristallizzino, allungando notevolmente non tanto la ripresa fisica, ma quella prestazionale".

Quanto può pesare l’intervento anche di un mental coach in queste situazioni?
"È proprio in casi come questi che il supporto di un mental coach diventa prioritario rispetto a qualsiasi altra figura. Anche da un punto di vista riabilitativo, in quanto lavorando sugli aspetti mentali si riesce non solo a recuperare prima fisicamente, ma si riescono a scardinare a livello inconscio dei blocchi emotivi. Nel 99% dei casi, infatti, lo scioglimento di questi richiede molto tempo e spesso purtroppo non si riesce proprio. Abbiamo visto fior di campioni che, dopo uno o più infortuni gravi, non sono più tornati a sfoderare prestazioni di altissimo livello".

La mamma ha detto che la sua prima reazione è stata “Ora smetto”. È una prima fase naturale?
"Tornando alla prima delle tre fasi, cioè quella della disperazione, è una risposta prettamente emotiva e questo è naturale. Poi, col passare del tempo, ritornando la lucidità e metabolizzando l’accaduto, entrano in ballo le altre fasi. Ecco perché in questa fase l’aiuto e la vicinanza della mamma, della famiglia di Nicolò e dell’entourage sono fondamentali per trasmettergli tutto l’affetto e l’amore che in questo momento il suo stato emotivo richiede. Ma nello stesso tempo, oltre alle giuste manifestazioni di affetto, bisogna intervenire per scardinare e rendere fluido il canale emotivo di Nicolò, trasformando questo momento che apparentemente è estremamente negativo in un’opportunità di crescita rafforzando tanti aspetti che diversamente non avrebbe avuto modo di immaginare".
Quanto conta la paura, quella poi una volta tornati in campo di rischiare un nuovo infortunio?
"Se non si lavora nel rendere fluido il canale emotivo, la paura a livello inconscio crea un blocco a scapito di una prestazione poco brillante. Ecco perché è fondamentale lavorare sull’aspetto fisico, ma altrettanto importante lavorare su quello mentale. Sono due facce della stessa medaglia. Quando gli addetti ai lavori capiranno questo, di sicuro ci saranno meno infortuni e più successi nella carriera professionale di questi ragazzi". 

Gli atleti come stanno vivendo questa stagione alle porte così anomala?
"La mancanza di pubblico e dei propri tifosi è il principale handicap per questi ragazzi, perché il pubblico crea adrenalina, motivazione e nella mente dei calciatori manca questo neuro trasmettitore che li ha accompagnati nel corso di tanti anni. È chiaro, in ogni caso, che il principio di adattabilità del nostro cervello, che è preposto ad affrontare e superare qualsiasi situazione, aiuti molto. E in questa fase storica del calcio italiano e mondiale lavorare sugli aspetti mentali è ancora più prioritario degli aspetti tattici e fisici, ecco perché gli atleti e le squadre che si renderanno conto di questo prima di altre avranno un notevole vantaggio".

Il suo libro a chi è rivolto?
"Avendo lavorato in questi anni con dei top player, con allenatori e calciatori professionisti, ho voluto dare delle indicazioni di base su come poter creare una mentalità vincente a calciatori e allenatori che vogliono fare un salto di qualità e raggiungere i loro obiettivi. “Nella testa del campione” è un vero e proprio manuale di istruzioni nato dalla mia esperienza sul campo. È un insieme di tanti argomenti estratti dalla testa di chi ce l’ha fatta".

Nel corso degli anni il ruolo del mental coach sembra sempre più importante soprattutto in momenti come questi. Eppure siamo ancora lontani da altri sport e da altre nazioni. Come mai? 
"È proprio vero, siamo ancora molto lontani da altri sport, dove l’evoluzione e le novità vengono accolte con entusiasmo e motivazione. Al contrario, nel calcio ancora vige una mentalità antica e chiusa alle novità. Prendiamo per esempio il Var: dopo decenni si è introdotta una tecnologia strumentale che è stata osteggiata per tanti anni, ora invece a distanza di poco tempo dalla sua introduzione provare ad immaginare una partita di calcio senza questo strumento farebbe sorgere molti dubbi sulle varie decisioni arbitrali. Di sicuro il suo utilizzo è migliorabile, ma ha portato un enorme passo in avanti sulle scelte dei direttori di gara. Tornando al nostro discorso, vedo e sento parlare molti allenatori e dirigenti con un linguaggio che di professionalità ne ha ben poca. Né tantomeno si tratta di un linguaggio atto a stimolare e motivare nel modo corretto i calciatori. Quando sento parlare un allenatore e sento dire “devo lavorare sulla testa, sull’autostima, sulle convinzioni”, beh, sono contento, ma nello stesso tempo mi chiedo: con quali competenze? Con quali strumenti? E non basta leggere un libro su come motivare, comunicare o creare mentalità vincente, ma è tutto un percorso che richiede anni di studi, di ricerche e di applicazioni sul campo. Ognuno deve fare il suo e dal mio punto di vista l’allenatore di successo non può non avvalersi del supporto di una risorsa che lavori sulla testa dei calciatori, che sono prima di ogni cosa dei ragazzi, con tutte le loro debolezze, paure e tensioni".