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Da quando mi occupo di calcio - e sono ormai quarant’anni - l’affermazione che mi piace ascoltare di più da dirigenti e allenatori è la seguente: è importante sapere quanto sia bravo un calciatore, ma è più importante valutare come sia come uomo, se sappia rispettare se stesso e le regole del gruppo.

Io non so se Moise Kean sia più o meno simile a Balotelli, uno che con i comportamenti dentro e fuori dal campo, a 29 anni si ritrova senza una squadra e, probabilmente, senza una prospettiva. Ma so che la Juve ha fatto bene a cederlo per almeno tre ragioni.

Primo, durante la fase finale dell’Europeo Under 21, Kean è arrivato in ritardo di un quarto d’ora ad una riunione tecnica del c.t. Di BIagio che lo ha escluso per la gara successiva assieme al suo compagno di camera, il romanista Zaniolo.

Secondo, sostituito nella gara inaugurale contro la Spagna, ha abbandonato il campo visibilmente infastidito per la decisione del c.t., un atteggiamento inaccettabile.

Terzo, quando ha giocato con la Nazionale minore, non solo non si è impegnato come aveva fatto con quella di Mancini, ma ha mostrato una certa sufficienza, quasi fosse già una star. Tanto per fare un esempio, Chiesa, che vale il doppio di lui, si è speso allo spasimo anche quando la situazione per l’Italia era compromessa.

Non è esattamente un caso se, parlando di Zaniolo, suo compgano di disavventura, il nuovo direttore sportivo della Roma, Gianluca Petrachi, appena insediato, abbia sottolineato come l’umiltà fosse in lui quasi del tutto sparita.

Pubblicamente, alla Juve, non si sono espressi in questi termini su Kean, ma la pensavano allo stesso modo: Moise non era più un ragazzo promettente, da crescere con cura e attenzione, che sarebbe potuto sbocciare da un momento all’altro, ma un potenziale bad boy che rivendicava il proscenio al pari di campioni più bravi e affermati.

Sia chiara una cosa: Kean all’Everton continuerà a segnare e, forse, si imporrà diversamente da quanto è successo a Balotelli. Ma se non cambia atteggiamento rischia, in breve tempo, lo stesso oblio. Mancini, che finora l’ha tenuto in grande considerazione, dà ai comportamenti un valore prioritario.

​La Juve, che comunque si è assicurata non il diritto di ricomprarlo, ma di pareggiare le offerte in caso di possibili future richieste, non ha voluto correre questo rischio e l’ha ceduto ad una cifra considerevole: quaranta milioni ripartiti tra il fisso (32  milioni) e i bonus (tutto il resto).

Dicono i soloni della prima ora: l’Italia non crede nei giovani?
Rispondo: scusate, ma Kean l’ha preso il Manchester City, il Liverpool e lo United o non piuttosto una squadra medio-grande paragonabile alla Lazio?
Voglio dire che nessuna grande squadra, né italiana, né spagnola, né tedesca avrebbe potuto assicurare a Kean di giocare da titolare.

Comunque non la Juve se è vero come è vero che, al momento, ha in organico Ronaldo, Higuain, Mandzukic e Dybala (sempre che non lo scambi con Lukaku), più due esterni d’attacco (Douglas Costa e Bernardeschi) e un esterno a tutta fascia come Cuadrado.

Inoltre la legge del mercato è chiara: nessuno, sano di mente, paga quaranta milioni Higuain o Mandzukic, ma se c’è qualcuno in grado di sborsare la stessa cifra per Kean bisogna ringraziare il cielo perché permette una plusvalenza straordinaria.

In fondo a questa vicenda non è successo nulla di eccezionale: la Juve non ha ceduto un nuovo fuoriclasse, ma un potenziale buon giocatore, affetto da comportamenti discutibili. Se mette la testa a posto sarà privilegiata nell’offerta, altrimenti l’avrà salutato senza rimpianti e con ottimo profitto.