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Walter Visin è tornato a parlare del suicidio del figlio adottivo Seid, più di un mese dopo quel terribile 4 giugno. L’edizione odierna del Corriere della Sera riporta le sue parole. Nelle ore immediatamente successive al ritrovamento di Seid, qualcuno aveva fatto girare una lettera del 2019, spacciandola per una lettera d’addio, in cui il ragazzo sfogava tutta la sua amarezza e la sua sofferenza provate nel vivere in un mondo – o meglio, in un paese, - razzista. Allora, Walter e sua moglie Maddalena, avevano parlato di uno “sfogo superato”, spiegando che il suo suicidio non aveva nulla a che fare con il razzismo. Ora però, dopo un mese di riflessioni, hanno cambiato idea.

LE PAROLE DI WALTER -
“In quei giorni eravamo scioccati, confusi. Mia moglie lo ha trovato in quelle condizioni... una cosa devastante. Abbiamo alzato dei muri per difenderci dal dolore e per respingere un assalto mediatico che non ci aspettavamo. Non era tempo per ragionare su quello che ci era caduto addosso. Ora invece lo sappiamo: sì, il razzismo ha contato nella vita e nella morte di nostro figlio. Seid era un ragazzo che aveva dei cassetti segreti chiusi nella sua mente, c’erano dentro dispiaceri e abusi subiti in Etiopia da piccolo, contenevano tutte le sue fragilità. Questo ha certamente contato nella sua decisione di togliersi la vita. Ma in quella decisione c’è anche il razzismo che ha vissuto come ragazzo nero qui in Italia”.
GLI EPISODI DI RAZZISMO - Walter ricorda alcuni episodi, come quando suo figlio si sentiva dire ‘adesso facciamo giocare questo sporco negro’. “Erano frasi dette per scherzo, ne sono sicuro, da persone che gli volevano anche bene. Io gli dicevo sempre di non badarci, che erano solo battute, che doveva farsele scivolare addosso come l’olio... Ora so che ogni parola può aprire una ferita. Che erano ferite anche le parole di qualche nostro parente disoccupato che diceva ‘vengono qui e ci rubano il lavoro’. Anch’io ho sbagliato a sdrammatizzare. Quand’era a Milano qualcuno aveva urlato ‘togliete quel nero di m .... dal campo’. A Nocera era più protetto, ci conoscono tutti. Eppure, sono successe piccole cose anche qui, cose che ora vedo in una luce diversa perché le guardo con i suoi occhi. Una volta aveva provato a lavorare in un bar. Era tornato a casa e ha detto: ‘Mamma non voglio più andarci, perché un vecchio non ha voluto essere servito da me’. Quell’uomo era un analfabeta ignorante ma lui l’aveva vissuta male lo stesso. E poi quando mia moglie lo accompagnava in stazione a volte vedeva da lontano che la Polfer si avvicinava subito per controlli. Lei lo chiamava: ‘Seid, amore, allora vengo a prenderti io al ritorno’. E i poliziotti capivano e si allontanavano”.

“Siamo arrivati alla conclusione che Seid ci nascondeva la sua sofferenza per il razzismo, per proteggerci – conclude Walter. “Ecco. Dirò anche questo nella cerimonia prevista a settembre per dedicare a lui il campetto di calcio in cui giocava”