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“Mi sembra chiaro: io faccio sempre qualcosa che poi rimane nella storia”. E le statistiche sono lì, impietose, a dar ragione ad Alessandro Calori: stagione 1996/1997, l'Udinese centra la prima qualificazione alla 'fu' Coppa Uefa; 14 maggio 2000, la Juventus perde partita e Scudetto sotto il nubifragio di Perugia; 9 maggio 2010, il Portogruaro Summaga centra la prima, entusiasmante, inaspettata promozione in serie B. Parole e musica, si diceva, di un ragazzone che una volta la palla la scaraventava in tribuna. Ora invece ruggisce, se i suoi la buttano via. Aretino, quarantaquattro anni da compiere ad agosto, fisicone da mettere soggezione, ambizione che brucia i pensieri. Ma anche metodi di allenamento basati sul dialogo e il rispetto, con quel fare da fratello maggiore che alla resa dei conti ha dato i suoi risultati: “I giocatori vanno trattati come uomini, non come bambini”. Chiaro? Il Portogruaro, vincitore del girone B del campionato di Lega Pro 2009/10, non è soltanto una favola. E' un progetto serio, costruito con cura da una società lungimirante, coccolato con amore da un allenatore col vizio dello scherzetto. Una vittoria complessa, considerando uno dei tornei di terza serie più lenti di sempre: 59 punti per la promozione, uno in più del Pescara e due in più del Verona. E proprio sotto l'Arena è arrivato il capolavoro, all'ultimo respiro, col baby talento Bocalon: “Che voglia, questo ragazzo. Mi chiedeva sistematicamente di rimanere un'ora in più, per allenarsi. Una tempra, una costanza da far paura. Alla fine della partita col Verona mi ha detto: 'Mister, aveva ragione lei'. Mi sono commosso”.Davide ha sconfitto Golia. Il Portogruaro Summaga è la famiglia di Alessandro Calori. Lui ne parla con delicatezza, quasi a sottolineare un percorso che somiglia a quello di un maestro che spende una vita per forgiare il proprio allievo. Ma qual è IL metodo, Alessandro Calori? “Far capire ai ragazzi che nulla è impossibile. Motivarli, anche utilizzando come molla la loro vita privata”. Ci faccia un esempio. “Durante la settimana precedente al match decisivo del Bentegodi, ho utilizzato una tattica particolare”. Quindi lei è più vicino a Mourinho, che prepara la vigilia sul piano tattico, anziché a Ranieri, che proietta 'Il Gladiatore'. “A nessuno dei due. Non volevo parlare assolutamente di tattica. Sapevano come dovevano giocarsela. Ho preferito prepararli al grande evento. Per ognuno di loro ho scritto un pensiero su un foglio di carta. Li ho attaccati al muro, per un giorno solo. Per ogni giocatore ho fissato un pensiero motivante. Qualche riga che facesse incontrare la loro vita di tutti i giorni e la partita col Verona. Francesco Rossi, il nostro portiere, ha un bimbo in arrivo. Ho sottolineato quanto sarebbe stato bello diventare padre dopo la gioia di una promozione. Anthony Madaschi era in odore di convocazione con la Nazionale australiana, per il Mondiale. Gli ho ricordato che, un campionato vinto alle spalle, sarebbe stato un gran biglietto da visita in vista delle convocazioni. Bruno Vicente, brasiliano, si trova da tempo lontano da casa. Per lui la motivazione principale doveva essere la stima della sua famiglia, l'orgolio che i suoi parenti avrebbero provato sapendo della sua impresa in Italia. Così ho fatto con tutti. E ha funzionato, si direbbe. Che senso aveva perdere tempo su una lavagna?”. Recepito il concetto. Si sente che lei è straorgoglioso del suo gruppo. “Assolutamente. Ragazzi splendidi. Ma non solo loro, è stato speciale tutto l'entourage. E' la soddisfazione è stata doppia perché per tutti era la prima volta. Per tutti il profumo della vittoria era nuovo. Per me, per i ragazzi, per i miei collaboratori, per i medici fino ad arrivare ai magazzinieri. Non c'era nessuno che non voleva vincere”. Ma veniamo all'impresa. Quella del Portogruaro era impronosticabile, per mille ragioni. Come si fa centrare un risultato del genere? “Un mix di cose. In primo luogo, la voglia di crescere. Se i ragazzi non hanno fame, non si va da nessuna parte. Poi l'entusiasmo, sia nella vita di tutti i giorni sia in campo. Il nostro modo di giocare è intriso di entusiasmo. Per avere in campo una squadra tosta, senza paura, l'allenatore deve dimostrare attenzione verso tutti. Sia per chi gioca, sia per chi va in panchina. Tutti devono sentire l'importanza del proprio ruolo, grande o piccolo che sia. Infine la consapevolezza: capire chi sei, imporre la propria identità”. E dire che voi non eravate assolutamente i favoriti, a inizio stagione. “Certo. A inizio anno ho preso i ragazzi in disparte. Ho fatto vedere loro le griglie di partenza dei vari giornali. Eravamo in fondo un po' dappertutto.Ho detto: “Qui c'è qualcosa che non va. Dimostriamo a tutti che i pronostici sono sbagliati. Seguitemi”. E da lì i ragazzi non mi hanno mai lasciato. Un gruppo straordinario. Risultato dopo risultato hanno preso sempre più consapevolezza dei propri mezzi. Hanno scoperto che non volevano lottare per la salvezza. La cosa bella è che siamo usciti spesso tra gli applausi degli stadi dove abbiamo giocato: mi viene in mente Lanciano. Gratificazioni come questa sono state fondamentali per fortificare il gruppo. Prima, sono fondamentali per fortificare un uomo. Tra uomini ci si capisce”. Le partite chiave? “Sicuramente quella in casa col Verona e quella di Reggio Emilia (0-0 e 0-1, ndr). In entrambi i casi siamo rimasti in 10. La squadra ha capito cosa volevo, non ha mollato un centimetro neanche in inferiorità numerica. In quei due match ho capito che qualcosa di importante stava nascendo. Io ho insegnato loro che bisogna giocarsela ovunque. Bisogna saper fare male a tutti. Anche per questo, speravo di arrivare alla partita finale con due punti di distacco dal Verona. Non uno in più, ma due in meno. Quel gap doveva essere la molla. E invece ce l'abbiamo fatta lo stesso. I ragazzi hanno giocato come avrebbero giocato qualsiasi altra partita. Un allenatore non potrebbe chiedere di più. Io, poi, ho praticamente rivissuto un sogno. Come quando ero un calciatore agli inizi, a Montevarchi nella vecchia serie C. Tornare indietro è stato fantastico”. Solo 25 mila abitanti, poche anime allo stadio, un tifo meno caldo rispetto a quello di altre piazze. Squadre come Foggia, Taranto e Cosenza hanno sofferto la disaffezione del pubblico. Voi invece avete fatto di necessità virtù. Il segreto? “Non avere l'apporto giusto da parte dei tifosi può essere un problema. Anche se, a Portogruaro, la tifoseria anche se non numerosa è molto presente. E' importante, in ogni caso, l'apporto dell'allenatore: è lui che deve risolvere i problemi, è il mister che deve creare coesione all'interno del gruppo. Altrimenti non si va da nessuna parte”. Perché il girone B di Lega Pro è stato così 'lento' quest'anno? “Attenzione: il girone B di quest'anno non era livellato verso il basso, come in molti hanno scritto, ma verso l'alto. Dieci squadre sognavano di vincere il campionato, la cifra tecnica era elevata. Noi siamo stati bravi a crederci sempre. All'inizio c'era l'effetto 'Oooh che bello', quando facevi l'impresa. Poi, piano piano, allo stupore è subentrata l'autostima”. Il Calori allenatore però, a dire il vero, non veniva da annate particolarmente esaltanti. “Esatto. Ad Avellino abbiamo giocato un buon calcio, ma siamo stati sfortunati per vari motivi. A San Benedetto pure: quella era una squadra piena di talento. La squadra fu modificata parecchio in corsa, non la sentivo più mia. A Portogruaro ho avuto invece la possibilità di pianificare con calma”. I suoi Maestri? “Il mio sistema di gioco prende un po' da tutti. Mazzone, Guidolin, Zaccheroni, ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa. Sicuramente con Mazzone ho avuto un rapporto speciale. Adoravo il suo modo di fare calcio”. Il futuro di Bocalon? “E' un ragazzo curioso, attento, che segue. Durante tutta la stagione si è allenato molto bene. Io gli ho detto le cose in faccia dal primo giorno. Belle e brutte. Lui ha capito. Alla fine mi ha ringraziato, ha capito che il lavoro paga sempre. Poi, tecnicamente, ha dei numeri da grande giocatore. Pressa su tutti, è forte fisicamente, difende la palla alla grande. Ricorda, per caratteristiche, il primo Bobo Vieri. E' un giocatore che si deve fare. Ma è sulla buona strada”. Viene dalla primavera dell'Inter, come Balotelli. Che idea si è fatto di lui? “Credo che Mourinho si stia comportando bene con Balotelli. Ci vuole severità, quando serve. Bisogna sempre ricordare i valori ai ragazzi, e Mourinho penso che lo faccia a dovere. Ripeto: bisogna trattarli come uomini, non come bambini. Se li fai crescere bene, sia individualmente, sia in mezzo al gruppo, allora poi renderanno alla grande. Saranno uomini, prima che giocatori.”. Che Porto sarà l'anno prossimo? La favola si sgonfierà? “La settimana prossima mi incontrerò con la dirigenza. Vedremo il da farsi. Aspetto un progetto concreto. Un piano col quale ripartire. Se ci sarà, lo farò più che volentieri. Devo tanto alla mia 'famiglia', come la chiamo io. Sono molto attaccato ai Mio: Francesco, Paolo e Giampaolo sono persone splendide. Abbiamo un rapporto speciale. Sanno che sono una persona leale: li informerò di qualsiasi cambiamento, se dovesse esserci. La favola comunque non dovrà morire. Il Porto, con questi ragazzi e qualche innesto, potrà fare un ottimo campionato anche in B”. Il suo nome è stato già accostato a diverse squadre, sia in A, sia in B. Su quale panchina siederà la stagione prossima Alessandro Calori? L'Udinese? “I Pozzo non mi hanno contattato. Certo, io ho un rapporto speciale con la città. Ho firmato la storica qualificazione in Uefa, sono stato capitano per molto tempo. Poi la piazza mi ha sempre voluto bene. La gente ti comprende, se sei uno 'vero'. Io ho lavorato sodo. Sbagliando a volte, ma rimanendo comunque nei cuori degli udinesi. Detto questo, la mia preferenza ora va naturalmente al Portogruaro. Sono ambizioso, quello si. Mi piacciono le sfide, voglio crescere ancora. Mi piacciono, in particolare, le imprese alla 'Davide e Golia'. Vincere un campionato con una squadra piccola, una realtà emergente. Si, il mio sogno è vincere uno scudetto con una piccola. L'idea mi stimola, mi farebbe dare il massimo”. Chiarissimo. Infine la prevedibile domanda: lei è anche 'l'eroe' del diluvio di Perugia, per i non juventini. Eppure lei ha sempre detto di essere juventino. Ma, a proposito, allenerebbe mai la Vecchia Signora? “(risata) Io sono juventino dalla nascita, lo sanno tutti. Ci andrei di corsa a Torino, anche domani. Scherzi a parte, sono molto legato al mio Portogruaro. Una famiglia non si lascia mai, a cuor leggero. Spero di poter rimanere, sono uno ambizioso io”. Chiaro?