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 L'istantanea pasquale di Agnelli e Moratti che si abbracciano in tribuna, magari a denti stretti e un po' stupiti per quel moto d'affetto che lancia l'anima oltre le barriere, non è la fine di una storica rivalità. Né un colpo di spugna sui contenziosi tra due tifoserie che più o meno cordialmente continueranno a detestarsi. E' semplicemente la fotografia di una bella giornata di calcio. Ciò che sempre dovrebbe essere e molto raramente è nei nostri stadi. Un'immagine reale, e leale, di come potremmo comportarci pur conservando intatta la fede nei nostri colori e il calore delle nostre passioni. Certo, ci ha provato Esteban Cambiasso a rovinare tutto, prima sfiorando la rissa con Pirlo, poi con un'entrata killer sul povero Giovinco a partita finita. Mala riprova che, questa volta, su Inter-Juventus aleggiava uno spirito diverso sta proprio nella rapidità con cui Antonio Conte (personalmente: voto 10, in campo e fuori) ha avvolto con un abbraccio protettivo il centrocampista nerazzurro e concretamente lo ha messo al riparo da conseguenze peggiori, evitando che i ramoscelli d'ulivo finissero nel solito falò. All'allenatore non era piaciuto fino in fondo il titolo che la Gazzetta gli ha dedicato alla vigilia: «Conte shock: io nerazzurro? Mai dire mai». E' vero, qualche volta i giornali calcano la mano, maera un modo per dire che avevamo capito. Qualcosa è cambiato sul confine calcistico, solitamente rovente, che separa Milano da Torino. E allora lasciateci godere almeno un po' il benefico shock di un tecnico che rivendica la propria identità di professionista e non di ultrà. Di una settimana d'attesa trascorsa all'insegna della correttezza e del reciproco riconoscimento. Di un bell'incontro senza cattiverie né sceneggiate: un manifesto del fair play confermato nei commenti del dopopartita. Tranquilli: non è scoppiato, né scoppierà, un amore contro natura. Ma il disgelo di primavera c'è, eccome. Si sa che qualche discreta telefonata, negli ultimi tre mesi, tra Agnelli e Moratti è intercorsa. Certo, la vicenda di Calciopoli è una ferita ancora non rimarginata. Ma i successi della banda Conte, il ritrovato prestigio internazionale, i trenta sul campo che stanno per diventarlo anche nel medagliere ufficiale della Figc sono balsami potenti. E di fronte alla crisi, il futuro potrebbe finire per contare più del passato. I due club concordano sull'esigenza di un rinnovamento profondo del sistema calcio. Avevano trovato un'intesa sulla candidatura di Andrea Abodi alla presidenza della Lega. E quando l'alleanza tra Galliani e Lotito ha prodotto la conferma di Beretta, insieme hanno deciso di andare all'opposizione. E né Andrea Agnelli né Mao Moratti, delegato dal padre alle questioni istituzionali, paiono intenzionati a mollare la presa. Su questioni cruciali come la governance della serie A, il modello economico che dovrebbe adottare, i diritti televisivi, la riforma della legge Melandri si troveranno fatalmente, nei prossimi quattro anni, a combattere spalla a spalla. E sul campo? Beh, sul campo sarà sempre dura battaglia. E anche fuori non mancheranno, potete scommetterci, le battute e le polemiche. Maquesto sabato di festa a San Siro in attesa della Resurrezione un piccolo miracolo lo ha prodotto. Ed è un bene per il nostro calcio. Moratti se ne va a casa con l'impressione che «un pareggio sarebbe stato più adatto» e che la sua StramaInter forse un futuro ce l'ha. Agnelli torna a Torino con lo scudetto in tasca e la mente rivolta al Bayern con qualche certezza in più. Le luci di San Siro si spengono nella sobrietà di vincitori e vinti. Buona Pasqua a tutti, specie ai cani e ai gatti di buona volontà.